Skip to main content
Internet Archive's 25th Anniversary Logo

Full text of "Poeti Della Terra Orientale"

See other formats


FA -j % - S V 

CAMILLO CARDU 


POETI 

DELLA 

TERRA ORIENTALE 

ANTOLOGIA 
DI POETI URUGUAYANI 


Prefazione di 5 . E. ARTURO FA. 


S5J? 1 6 




EDIZIONI “ALPES,, MILANO 


MCMXXX 


Proprietà letteraria ed artistica riservata 
Printed in Italy 


Archetipografia di Milano 
Milano - Viale Umbria, 54 


A Federico Grùnwald Cuestas 
con riconoscente affetto. 


Camillo Cardu 



Gentilissimo Sig. Camillo Cardu 


Bel girate, 3 Ottobre 1930. 


■ evo e leggo questa sua scelta di liriche dei 



poeti dell’Uruguay, e La ringrazio del pia- 


cere che procura a me e della luce ch’Ella diffonde 
dove regnano ancora fitte le tenebre, ignoranti co- 
me noi siamo nel vecchio mondo della vita spiri- 
tuale degli eletti laggiù, nel mondo nuovo. Solleci- 
tavo io stesso, dopo il mio viaggio oltreoceanico, 
un contatto più vivo e più intimo coi fratelli la tini 
d’America, e divagavo sulla poesia fiorente a Mon- 
tevideo quand’io ci passavo; mi sembrava di im- 
battermi in energie fresche, gagliarde, impetuose, 
remote ancora da quella consunzione a cui ci dan- 
niamo noi, volontariamente talora, sbattuti come 
siamo dall’onda della vecchia coltura. Mi colpiva 
il volo audace dell’immagine, quel non so che di 


IX 


virgineo, di primitivo e selvaggio, ridente alla ra- 
gione mortificatrice, una libertà spinta sino all’au- 
dacia e alla follìa. Decisamente nelle vene delle 
genti di laggiù, discendenti in parte dai nostri avi, 
batteva il ritmo di un sangue più fervido del no- 
stro. La vita era intensificata. Poteva apparire roseo 
l’avvenire. 

Sceglievo un po’ a caso, sorretto dalle mie scarse 
conoscenze, i miei campioni della poesia più ga- 
gliarda, facevo torto, con un giudizio frettoloso al- 
l’Ercasty, che studiavo poi, con cura assai maggio- 
re, in un mio saggio, o « trittico ». 

Or ritrovo questi miei amori nella sua « Anto- 
logia » e non Le nascondo la mia intima commo- 
zione. Appunto dove io scendevo, attento al pal- 
pito delle anime, Ella pure discende; i suoi favoriti 
sono quelli che io avvincevo al cuore ; ma la sfera 
sua s’allarga, comprende poeti da me trascurati, 
tutti degni di ricordo e di stima, tutti da Lei acca- 
rezzati or nel dolce or nel forte ritmo, seguiti in 
ogni tremito o balenìo d’ispirazione, e parlanti or- 
mai nella lingua nuova che è la dolcissima lingua 


X 


nostra, serena anche nell’espressione del tumulto 
e della tempesta dell’anima, soavemente chinata 
ad ogni sogno leggiadro. E non importa se Ella 
levigò certe bizzarrie e soppresse stranezze che mi 
colpivano, e che erano natura in quei di laggiù, 
tragittanti per arcani mondi che noi appena esplo- 
riamo. 

Evidentemente trascelse quello che più si avvi- 
cina al suo sentimento ; e se le donne primeggiano, 
se ritroviamo copiose ghirlande di liriche della Vaz 
Ferreira, della Ibarbourou, della Luisi, della Dei- 
mira Agustini, comprendiamo come dal femmini- 
no eterno fossero prevalentemente fecondate quelle 
terre di prodigio. Io stesso avrei fatto più largo po- 
sto alla Francesca novella, l’Agustini, e riprodotto 
qualche frammento di Sarah Rollo. I lettori do- 
vranno subito avvertire che la scelta s’apre ai soli 
contemporanei. Più tardi m’immagino ch’Ella am- 
plierà questa collana e l’estenderà alle età anteriori, 
comprendendo l’Acuna de Figueroa, il Gómez, 
Alej andrò Magarinos Cervantes, il Pineyro del 
Campo, Rafael Fragueiro, l’autore dei « Versos 


XI 


criollos » Elias Regules. Vi sono drammi e novelle 
che offrono squarci lirici di potenza sorprendente, 
degni di essere rilevati nelle sue belle versioni, e mi 
compiaccio ch’Ella abbia pur voluto far posto alla 
prosa satura di poesia del Rodò e del Montiel. Tor- 
nerà pure al Reyles, non ne dubito; ritroverà fra i 
modernissimi il Genta, che ora mi manda El Vigia, 
e altre liriche vedrà fiorire nei giardini della nostra 
carissima Luisa Luisi. 

Trascinano pur loro una croce questi nostri lon- 
tanissimi compagni di sventura, confortati dal can- 
to sorgente nel cuore, ma sono pur forti nel loro 
Calvario; non li schiantano le bufere; non li op- 
prime il mistero; e, se dall’alto brilla una luce, a 
quella si affidano. Lassù perverranno e, sgombri 
di pena, dalle ombre disciolti, avranno il bacio delle 
Muse. 

Le auguro di perseverare comunicando all’Italia 
altri tesori di poesia sconosciuti, Le stringo la mano 
e Le mando il mio saluto 


Arturo Farinelli 


xii 


Ai Lettori. 

Tl proposito di presentare agli italiani, attraverso una 
— traduzione la più fedele possibile, l’ interessante mo- 
vimento poetico uruguayano risale a parecchi anni fa: al- 
l’epoca cioè, in cui, incaricato dal Consiglio del Comitato 
di Montevideo della Associazione Nazionale Dante Ali- 
ghieri di redigere la rivista sociale, questa riformai, pro- 
ponendomi di dare un’idea della nostra letteratura dalle 
origini ai nostri giorni, ai figli dell’Uruguay , ed agli ita- 
liani, della giovane ma interessantissima letteratura uru- 
guayana. 

Abbandonata la direzione della rivista della « Dante » 
per ragioni personali, non interruppi le traduzioni già 
iniziate, ma senza ancora un proposito ben definito 
circa il modo di presentarle ai miei connazionali. Pen- 
savo sin da allora, è vero, ad un Antologia, ma non ne 
vedevo facile nè pronta la pubblicazione : e per la mole, 


XIII 


che secondo il piano di lavoro iniziale avrebbe dovuto 
assumere l’opera, e per la difficoltà, che non mi nascon- 
devo, di trovare un editore coraggioso il quale osasse ten- 
tarne la stampa. 

Ero giunto così a selezionare ed a tradurre un certo 
numero di versi del Zorrilla de San Martin, del Sabat 
Ercasty , della Luisi, dell Onbe, di Maria Elena Munoz, 
dell’lpuche, preoccupandomi di dare un’idea, oltre che 
dell’ orientamento spirituale dei poeti, anche della loro 
tecnica e dell’ evoluzione dell’arte loro, quando il primo 
Comitato italiano, sorto con il proposito di tributare un 
omaggio fraterno all’Uruguay nel Centenario della sua 
Costituzione , si disciolse inopinatamente, per ragioni 
non chiarite ancor oggi, lasciando delusa e amareggiata 
l’ Associazione Democratica Italiana, che di tale omaggio 
s’ era fatta promotrice. 

Collaboratore da tempo del patriottico sodalizio, e 
testimone degli sforzi eh’ esso aveva fatto per salvar dal 
naufragio la nobile iniziativa, pensai allora che la mia 
progettata Antologia ben avrebbe potuto costituire un 
omaggio degno e nobilissimo, in quanto significativo 
per la sua essenza e per il fatto di venir reso dai più mo- 
desti fra gli italiani di Montevideo, e in quanto assoluta- 
mente privo di valore commerciale; e, pur sapendo quale 
sacrificio e quali rischi affrontavo, data soprattutto la 


XIV 


ristrettezza del tempo, proposi alla « Democratica » di 
farsi editrice dell Antologia in omaggio all’Uruguay. 
L Associazione, con un gesto che onora altamente gli 
operai, i piccoli artigiani ed i piccoli commercianti che 
la compongono, avendo compreso immediatamente tutta 
la significativa bellezza dell’omaggio, accolse immedia- 
tamente la proposta, ed io mi misi al lavoro, dedicando 
all’impresa le mie notti — si consenta ch’io lo dica — 
poiché i miei giorni dovevano essere dedicati a ben di- 
verse attività. 

Oggi l’Antologia è, ed io oso presentarla al pubblico 
del mio paese. Ho posto al servizio di una causa altissima 
di fraternità tutto il mio intelletto e tutto il mio cuore. 
Ho fatto del mio meglio per essere un traduttore fedele 
e non un « traditore »; ma non m’illudo, e so che l’opera 
é tutt altro che priva di pecche e completa. La ristret- 
tezza del tempo mi ha costretto a rinunciare al proposito 
primo di presentare tutti i poeti attraverso le opere gio- 
vanili ed a quelle della loro maturità artistica; per pa- 
recchi, anzi, dovetti contentarmi di tradurre i versi che 
meglio sentivo e dei quali, pertanto, più facile e rapida 
mi riusciva la traduzione. Risultò da ciò un’evidente 
sproporzione quantitativa che gli autori sacrificati spero 
mi vorranno perdonare. È possibile anche che taluno dei 
giovani sia stato addirittura dimenticato ; ma chi conosce 


XV 


l’ abbondanza della produzione poetica Uruguay ana ed 
abbia idea, per conseguenza, della fatica ch’io dovetti 
affrontare sol per procedere alla selezione, comprenderà 
che tali dimenticanze sono, se mai, puramente involon- 
tarie. Mi lusingo invece, basandomi sui giudizi espres- 
simi dalla maggior parte degli interessati, di avere one- 
stamente tradotto: e ciò varrà, io spero, ad assicurarmi 
l’indulgenza dei più. 

Camillo Cardu 


XVI 


delmira agustini 


- Poeti delia Terrà Orientàté. 


Fu la prima poetessa dell’Uruguay: la sincerità, la forza, la profonda 
umanità della sua opera le assicurano nella poesia americana un posto di 
prim’ ordine, che nessuno mai tentò di contenderle. Era di famiglia svizzero- 
italiana. Pubblicò il primo libro di versi a 20 anni, El libro bianco. Se- 
guirono a questo primo, Cantos de la Manana e Los Càlices Vacios, l’ultimo 
dei quali dev’esser considerato la sua opera migliore. Perì vittima di una 
tragedia coniugale, giovanissima ancora, mentre lavorava attorno ad un’altra 
collana di. versi: Astros en el abismo. 


CRITICA: 

Zum Felde, Critica de la Liter atura Uruguay a; Rubén Dario, prefa- 
zione a Los Càlices Vacios; Luisa Luisi, A través de Libros y Autores. 


PREGHIERA 


Tlj'ros, ma dunque non sentisti mai 
- L/ compassion de le statue? 

Io le direi crisalidi di pietra 
di non so quale formidabil razza 
in un’eterna attesa inenarrabile. 

I crateri dormienti de le bocche 
ver san cenere nera di silenzio; 
da le colonne di que’ torsi cade 
fluttuante il sudario de la calma; 
fluisce da quell’orbite la notte: 
vittime del Futuro o del Mistero, 
chiuse in bocci terribili e magnifici 
attendono la Vita o pur la Morte. 
Eros, ma dunque non sentisti mai 
compassion de le statue? 

Compassion per le vite 
non indorate da le tue bonacce 
e non squassate da le tue tempeste; 
compassione pe’ corpi rivestiti 
da 1 ermellin solenne de la calma, 
de le fronti che innalzano nel sole 
grandi gigli marmorei di purezza 


poderosi e glaciali come cuspidi; 

compassion per le mani rivestite 

di gelo, che non strappano 

i frutti dilettosi de la carne 

nè i fantastici fiori de lo spirito; 

compassione per gli occhi che sollevano 

spirituali palpebre: 

pagliette di mistero, 

negri fondali di visioni rosa... 

che nulla vedon per guardar sì lungi ! 

Compassion per le chiome pettinate 

- — aureole mistiche - — 

ravviate come laghi, 

mai ventilate dal ventaglio nero, 

enorme e nero, d’ Austro e d’ Aquilone; 

compassione per quegl’incliti spiriti, 

scolpiti nel diamante, 

alti, chiari ed estatici 

— sovra guglia moral, para saette — ; 
compassion per le labbra: pe’ celesti 
castoni in cui rifulge 

invisibile il corpo del Signore; 

— labbra che mai non furono, 
che mai s’impossessarono 

d’un vampiro di fuoco 


4 


più assetato e affamato d’un abisso — . 

Compassion per i sessi sacrosanti 

che castità corazza 

con foglie colte ne’ vigneti astrali; 

compassion per i pie’ calamitati 

d’eterno, che trascinano 

per l’infinito azzurro 

i brucianti calzari de le piaghe; 

pietà, pietà, pietà 

verso tutte le vite che protegge 

da le inclemenze tue maravigliose 

1 alta torre di scolta de l’orgoglio: 

le assali co i tuoi soli e co’ i tuoi raggi! 

Eros, ma dunque non sentisti mai 

compassion de le statue?.... 


(da « E1 Rosario de Eros ») 


L’INEFFABILE 


I o muoio stranamente... Non m’uccide la Vita, 
non m’uccide la Morte, non m’uccide l’Amore. 
Muoio d’un pensier muto sì come una ferita... 
Sentiste alcuna volta il singoiar dolore 

d’un pensiero che, immenso, s’abbarbica a la vita, 
suggendo anima e carne, senza poter dar fiore? 
Non portaste mai dentro una stella sopita 
che interi v’abbruciava senza un solo fulgore?... 

Martirio de’ Martiri!... Portare eternamente, 
dilaniatrice ed arida, la tragica semente 
confitta ne’ precordi come un dente ferino ! 

Ma, convertita in fiore portentoso, inviolabile, 
poter strapparla un giorno!... Sarebbe più ineffabile 
che stringer fra le palme, ebbra, un capo divino!! 


(da « Los Calices Vacios ») 


6 


VINCENZO BASSO MAGLIO 


Ha quarant’anni ed è di Montevideo. I genitori, Vincenzo e Maria Ma- 
glio, sono di Orco Feglino, presso Genova. 

È impiegato dello Stato. 

Scrisse i suoi primi versi per la rivista « Bohemia », oggi scomparsa. Il 
suo primo libro, El divan y el espejo, vide luce nel 1910. 

Nel 1928 pubblicò il suo secondo libro, Canción de los pequenos cir- 
culos y de los grandes horizontes, che gli valse il primo premio del Mi- 
nistero della Pubblica Istruzione. E questo, secondo il poeta, il quale è 
dotato di acuto spirito critico, prova « que el libro es malo » (che il libro 
è cattivo). 

Nel 1929 ha visto la luce La Expresión Héroica, libro di critica este- 
tica, con il quale il B. Maglio si scaglia soprattutto contro le tendenze pu- 
ramente attualistiche dell’arte (nativismo ecc.). 

In preparazione: 

Tragedia de la Imagen - con il quale il Poeta, prendendo esempio dal 
pittore Rafael Barradas, vuole impostare il Problema Puro, procuran- 
do di dimostrare che l’obiettività esula dal campo della poesia. 
Melodia del Amor - versi. 

El Mando Ilogico - prosa. 

COLLABORAZIONI : 

Alfar (su critica d’arte); La Cruz del Sur e parecchie altre riviste 
sud americane. Il Basso Maglio ha inoltre al suo attivo quattordici 
anni di giornalismo a Montevideo ed a Buenos Aires (critica d’arte). 

CRITICA: 

Sabat Ercasty, Parra del Riego, Julio Casal, Eugenio D’Ors (La Expre- 
sión Héroica)-, Alberto Lasplaces, Juan Antonio Buero, Pedro Leandro 
Ipuche, José Guillermo Antuna, Juana de Ibarbourou (rivista « 1930 » 
di Cuba), Ildefonso Pereda Valdés ( Atalaya ); Ricardo Latcham, Ju- 
venal Ortiz Saraleguy, Guillermo de Torre, José Leon Pagano, Hora- 
cio Abadie Santos, Julio Supervielle, Alberto Zum Felde, Emilio 
Oribe, P. Rojas Paz, J. C. Welker, ecc. 


8 


ATTITUDINE COSTANTE 


/T orir tutte le volte che possibile sia... 
sino a esaurire i toni da la luce trionfante ! 

E maturare come le frutta, ad una morte, 
tra gli smalti lontani, sovra toni svaniti. 

S’approssimino i giorni miei!... Le rive serene 
smusseranno orli duri e guerrieri profili, 
come lucida il ciottolo de le spiaggie infinite 
l’instancabil cantore d’ogni nicchio marino! 

E poiché vo perdendo tutti gli aspri contorni, 
o morte, e ornai comprendo la mia stella sottile, 
il color del mio sangue è di velo a lo sguardo, 
è costume d’attenderti questa piaga profonda. 

E non salto dal letto con la stessa sveltezza 
di chi salta a la riva da la barca, d’un colpo; 
e non mostro a traverso da la vaga pigrizia, 
le corna delicate, chiocciola de la notte.... 

Morir tutte le volte che possibile sia... 
sino a esaurire i toni de la luce trionfante! 
sino a far de la morte attitudin costante 
e portarla così come un abito dolce. 

(da « Canción de los Pequenos Cfrculos y de Ios Grandes Ori- 
zontes ») 


9 


LE LUCI SOTTILI 


T a notte delicata socchiuderà il mio giorno 
e sol luci sottili m’inonderanno il sonno... 
Potrà allegrare appena, la chiarità del cielo, 
la mia fresca chiarezza, color di pozzo antico! 


(ivi) 


IO 


GIULIO GIUSEPPE CASAL RICORDI 


Ha quarant’anni, ed è discendente di spagnuoli e di italiani. Fu Console 
dell’Uruguay in Ispagna ed in Francia durante vent’anni. Attualmente ap- 
partiene alla Segreteria dell’Assemblea Rappresentativa dell’Uruguay (Ca- 
mera dei Deputati). 

In Europa, diresse la rivista letteraria Aljar , da lui fondata, e che ap- 
pare attualmente a Montevideo. 

OPERE : 

Regret - versi. 

Alla lejos - versi. 

Cielos y llanuras - versi. 

Nuevos horizontes - versi. 

Hucrto maternal - versi. 

Humildad - versi. 

56 Poemas - versi. 

Arbol - versi. 

In preparazione: 

Patio - versi. 

Colina de la mùsica - versi. 

COLLABORAZIONI : 

La Nación, Buenos Aires; Nosotros, Buenos Aires; La Caccia Luc- 
rarla, Madrid; Alfar e La Cruz del Sur, Montevideo. 

CRITICA: 

Enrique Diez Canedo, El Sol, Madrid; Alberto Insua, La Voz, Ma- 
drid; Benjamin Jaurés, La Rcvista de Occidente, Madrid; Adriano 
del Valle, La Revista del Mediodia, Sevilla; Adolfo Falguerolle, La 
Nouvelle Littéraìre ; Jean Cassou e Francis Contreras, Mercure de 
France; Mario Garea, Sfinge, Varese; Manuel Machado, La Libertad, 
Madrid. 



12 


IL FUMO VIAGGIATORE 


"V Tel carro rustico, 

1^1 già 

disteso l’albero. 

I due bovi avanzavano 
lentamente. Il cristallo 
de l’aurora mesceva 
vini leggeri 

sovra il cammino. 

II carro a buoi, pesante e gemebondo, 
la carogna de l’albero cullava. 

In lontananza, 
le braccia d’altri rami 
si liberavan con allegre mosse 
da l’elastico abbraccio de la nebbia. 

Ed esso arderà 
ne l’ampio camino, 
e mai più potrà 
ninnar ne la soffice 


sua cuna di foglie 
la brezza impazzita... 
Nè mai più darà 
il sangue a gli uccelli. 

A volte, quel fumo 
imprevisto e vago, 
che ascende, cingendo 
d’un velo le piante, 
è fumo d’un tronco 
ch’è stato bruciato, 
che seppe una grigia 
nostalgia d’affetti... 

O cuore che sai 
cos’è il sacrificio... 

A volte t’involi 
in fumo sui campi 
del ricordo... A volte, 
mio cuore, tu sei 
il fumo d’un albero. 


IL ROVERE 


T?d il capo appoggiai 

' ' sovra il tronco 
del rovere... Scendeva 
sino al mio spirito 
la linfa d’una musica di stelle... 

Un’ugola argentina 
nascosta dentro il tronco era : 
cantava, 

e sgranava di gemme una collana 
di paesi lontani. 

Era un romor di festa, 
un’allegria 
di radiche e d’acqua, 
un palpitar di palpebre di petali, 
di fragranze non bene ridestate... 

Il tronco 

era un vuoto di secoli, 

d’antiche risonanze un guscio cavo. 

Gli uccelli del giardino, 

ch’eran morti, 

tornavano a la vita... 


Era un chiassoso passeraio, il rovere, 
ed io avea ne l’orecchio 
un palpitare tepido di piume 
e un’allegrezza giovani! di becchi. 


(ivi) 


16 


NOTA 


L a giallognola carne 
del paesaggio 
un po’ d’essenza implora 
dal ventaglio 
verdognol di un’acacia. 

E vedo come il succo 
della ramaglia chiara 
va rianimando con colori sani 
le due gote malate del paesaggio. 

(ivi) 


3 - • Poeti della Terra Orientale. 


*7 


MARINAIO 


T a sera s’è appiccata 
' — orifiamma di toni - — 
a le antenne ondeggianti 
de le piante. 

Naufraga nel violaceo, 
fondo mar de le nubi, 
d’una sirena il canto. 

Mi chiama l’orizzonte 

co’l suo odor di pineta, nel ricordo. 

Il mio spirito evade, 

spezza il cristal monotono del porto. 

Quando, un dì, tornerà da le avventure, 
porterà seco il premio 
d’una stellina in più sul suo ribelle 
berretto marinaio. 

(ivi) 


18 


ENRICO CASARA VILLA LEMOS 


Nacque a Montevideo il 9 Ottobre 1890. È probabilmente di origine 
spagnuola: la sua famiglia è, ad ogni modo, uruguayana da molte gene- 
razioni. 

Studiò nel Liceo « Elbio Fernandez » e nel Seminario di Montevideo. 
Attualmente è impiegato dello Stato. 


OPERE : 

Los puntos de apoyo - filosofia, in collaborazione con Justo Deza - 
1911. 

La Celebrazione della Primavera - versi - 19T3. 

Las fuerzas eternas - lirica - 1920. 

In istampa : 

Las jormas desnudas - lirica. 


COLLABORAZIONI : 

La Piuma, La Cruz del Sur, Teseo. 


CRITICA: 

Alberto Zum Felde, nel Proceso intelectual.... Ili volume; Luisa 
Luisi, Nuestra America ; Eugenio Dors, in FJ Dia; H. Maldonado, 
in La Manana; E. Rodriguez Larreta, in La Razón di Montevideo. 


20 


COME IL FIOR MEN SOAVE 


— - To son condannato al mio antico soffrire 
-*■ come l’occhio a guardare, 
qual la cima a fiaccar l’uragano, 
qual la fiamma a avvampare! 

Mi sorride la terra! E il cielo mi protegge! 

Io son condannato alle fatiche eterne. — 

Quando guarirò da la follìa che m’esalta e mi spinge?! 
Quando riposerò come fra le sue foglie il men 

[soave fior? ! 

(da « Las fuerzas eternas ») 


21 


LAMENTAZIONE RELIGIOSA 


/^v stella mia!... 

Mai sappiamo qualcosa sotto l’immensa tua gloria 

La rocca di questa fronte 
s’è partita e consunta 
in lugubre guerra con i cieli. 

Solo il sentimento potrà trasformarci... 

O stella mia!... 

Mondi senza fin, divini 1 
di vaghe sorti 
rotan sovra le nostre teste! 
prossimi a l’orlo de la fine, 
son falsi agnelli assetati : 
ci vedono!... 

Mondi mostruosi ed irati 
scivolano 

a’ nostri piedi fatali... 

O stella mia! 

senti il nostro secco clamore, 
questo esausto 
profondo clamore...! 


22 


Solo una luce d’amore nuova e nivea come di nascenti 
solo il sentimento potrà trasformarci! [gigli angelici, 

Meno di una pietra — - 

la più spregevole pietra perduta — amiamo!... 

O stella mia! 

... tu annunci, tu sai... 
tu accendi ed incendi!... 
tu puoi! 

Semisommerse cose, 

mal ridotti lupi... giammai riusciremo 

a confonderci 

fra le melodie: 

giammai vedremo 

le riviere de le armonie 

de la tua immensa gloria... 

Solo il sentimento potrà trasformarci ! 

se la sua già fu — là ne l’albor de’ primi astri — 

la sua ancora sarà la vittoria, 

la bianca, la libera e fonda 

unita e sognata vittoria de l’orbe. 


2 3 



CARLO ALBERTO CLULOW 


Nacque nel 1907, nella città di Salto, da padre uruguayano tiglio di in- 
glesi e da madre uruguayana nipote di spagnuoli. 

Iniziò gli studi secondari nel Liceo del Salto, e li completò nell’Univer- 
sità (Liceo Moderno) di Montevideo. 

È giornalista, appartiene da parecchi anni alla redazione del giornale 
Impaniai, di cui dirige la rubrica politico-finanziaria. 

È Consigliere Comunale di Montevideo. 

OPERE : 

En Silencio - versi - 1924. 

Las rutas de Ofir (in collaborazione con A. S. Clulow) - 1925. 

Los Rìtmos del Riempo - versi - 1926. 

El oro yanqui en Latinoamerica - studio di economia americana - 1928. 
La crisis del pensamento Americano - studio di sociologia americana - 
1928. 

Canto del Bueti Amor - versi - 1929. 

Algunas ideas sabre democracia - studio - 1930. 

In preparazione : 

La perdida Atlandida. 

CRITICA: 

Alberto Zum Fclde, Garcia Calderón, N. Ugarle, Ballesteros de 
Martos, El Sol (Madrid); Elias Centralgo (Avana); Silvio Julio (Bra- 
sile); c le riviste: La Prensa, Aura, Nosotros, La Piuma, El Uni- 
versal (di Caracas). 


26 


alta notte vibrante 


C ode passar la vita come un romor lontano. 

^ È mia la goccia timida del minuto distante. 
Posso toccare i segni astrali con la mano. 

Chiudo gli occhi ed ascolto : la distanza imponente 
come una lene musica mi ravvolge e m’acqueta; 
ecco, sono il fratello de la fonte silente, 
de l’astro gravitante, e de l’ala di seta. 

Freccia scagliata al fosco ciel, ne la notte bruna, 
da una mano sì forte, come mai mano alcuna 
mantenne teso un arco e una freccia ubbidiente 

puntata verso i cieli che non hanno più aurore, 
ove si piegan tristi, su se stesse, le ore, 
e guarda co’ suoi torbidi occhi duplici il Niente. 


(dal « Canto del Buca Amor ») 



EDUARDO DUALDE 





ESALTAZIONE 


Ti sangue rosso della state ardente 
-*■ ne le mie arterie s’è versato intero; 
fa fremere il mio spirito e il mio corpo 
il dinamismo della vita giovane. 

Con splendor travolgente, ecco, risorge, 
tutta illusion, l’adolescenza folle 
e perfin le speranze ornai scordate 
rondini son che verso me ritornano. 

La brama di quest’ora m’indurrebbe 
a cercare fantastiche avventure 
per conquistar la gloria e la ricchezza: 

per poi, tornato dalla magna impresa, 
esaurire i volteggi dei miei baci 
sovra le parallele de’ tuoi labbri. 



ALFREDO MARIO FERREIRO 



4 . • Poeti della Terra Orientale. 


Non ha ancora trentanni, si afferma meccanico ed è in realtà impie- 
gato di banca, quando si ricorda di andare in ufficio... 

Il suo primo libro di versi El Hombre que se trago un autobus (L’uomo 
che ingoiò un omnibus automobile) è del 1926, e procurò all’autore larga 
notorietà. 

Poeta modernissimo, sa all’ occorrenza scriver versi di fattura classica, 
con i quali si diverte a sconcertare i suoi critici. 

Collabora a quasi tutte le riviste di Montevideo ed a parecchie del Sud 
America. Appartiene al cenacolo de La Cruz del Sur. 


34 


L’ALBERO TACITURNO 


L ’albero avea un cartello 

che solo gli uccelli potean decifrare 
« S’affittan rami per nidificare », 
dicea la scritta 

che un uom non avrebbe potuto capire. 

Pur, malgrado l’annuncio 
non venne alcun uccello, 
nè picchio, nè fringuello, 
e, deserto di nidi, a capo chino 
lungo il cammino, 
muor di tristezza l’albero. 


LAVANDO NUBI 


Tl vento sta lavando le nubi. 

-*• Prende una nube nera, 

l’impregna d’acqua, 

la torce immantinenti, 

la sbatacchia al mulino, 

ci bagna i campi, 

lava il cielo; 

ed ecco bianca la nube 

nera pocanzi, 

pronta ad essere appesa 

al filo de l’orizzonte 

ad asciugare. 


36 


EMILIO FRUGONI 


È figlio d’italiani e nacque a Montevideo il 30 marzo del 1881. 

È avvocato, oratore sobrio ed efficace, e le sue attività dedica contem- 
poraneamente al Foro, all’insegnamento e alla politica, ma soprattutto 
a questa. Di vasta cultura e di non comune acume, è da deplorare non si 
sia dedicato in modo speciale alla critica letteraria, per la quale era 
specialmente dotato. 

OPERE DI POESIA: 

De los mas hondo - versi. 

El eterno cantar - versi. 

Los himnos - versi. 

Poemas Montevideanos - versi. 

Canti di fede - versi inediti raccolti e tradotti da Folco Testena. 
Bichitos de luz - versi. 

La epopeya de la ciudad - versi. 

CRITICA: 

J. M. Filardgas: Artistas del Uruguay, Montevideo; Nicolas Fusco 
Sansone: El Camino; Oreste Baroffio: El Pais e La Cruz del Sur; Rega 
Molina: Martin Pieno, Claridad, Emilio Frugoni y los Poemas Mon- 
tevideanos; Alberto Lasplaces: Emilio Frugoni, La Cruz del Sur; 
Alberto Zum Felde: El Dia. 


38 


IL CANTO DE LO STRILLONE 


E ccoti alfine 

uccello con un’ala! 

È di carta, quell’ala, 
a strisce nere sovra un fondo bianco. 
Eccoti alfin, 

uccelletto che corre e salta 
sostenuto 

solamente da un’ala 

aderente al tuo corpo 

con durezza di pinna e di membrana! 

Tu stesso, a mano aperta, 

lembo su lembo quella carta strappi 

e i suoi brandelli fra la folla 

spargi de la città, di corsa. 

Vai pigolando tra la folla 

e sei come un uccello 

che un cupo bosco in moto attraversasse. 

Sovra un raggio di sol, che ne la strada 
trema sì come un ramo, 
ti riposi un istante 
e canti. 


Ed il tuo grido annuncia 
l’effimera sostanza 
di quell’ala. 

Le mani tue la spargono 
a ogni vento che passa. 

Ne la città, che s’apre al nuovo giorno, 
sì come un fior con petali di case, 
tutto un palpito ardente 
tu sei del puro cuore del mattino. 

Sei la palpitazione del clamore 
da che si leva il sole 
sino a quando l’oceano notturno 
l’aureo tizzon, la nave illuminata 
de la città travolge. 

Sovra una soglia, quindi, 
ti stendi e t’addormenti eroicamente 
sovra l’ultimo resto di quell’ala; 
e, maligna, la strada su te spruzza 
gli sputi nereggianti del suo fango. 

Piccolo venditore de’ banali 

riflessi de la vita quotidiana, 

ne le tue mani stringi, 

convertita in inchiostro e in carta, l’anima 


4 ° 


de la città inquieta e rumorosa 

in cui il tuo grido inchiodi 

mill’e una volta, quant’è lungo il giorno, 

come un pugnai d’argento. 

Minuscolo strillone, 
uccellin con un’ala, 
poiché l’infetto limo de la strada 
ti macula lo spirito e lo spegne, 
io ti vedo — oh, miseria maledetta! — 
come una piaga. 

E invoco da gli dei che ti proteggano 
contro il vizio e la crapula, 
in mezzo ai quali vivi volitando 
su l’unica ala, 

agitata non già come uno scudo 
ma qual fosse una vela solitaria 
contro la qual soffiasse l’aquilone 
spingendo chi sa mai dove il tuo legno... 


(da « La Epopeya de la Ciudad ») 


4 1 


BICHITOS DE LUZ 


Vanno per il sentiero 
alcuni bovi stanchi 
movendo lentamente le cervici 
con ritmo misurato. 

Fra le due corna aperte 
e curve come braccia, 
direbbesi che rechino 
con attenzion materna 
la Meditazione 
e la vadan cullando.... 



I rami de la pioggia agita il vento. 
Pianto e lamento... 

Tutto rassegnazion, per la pianura 
va l’uomo su la sua cavalcatura. 

La cupa melanconia del momento, 
del campo e de le nubi si condensa 
tutta in quella figura. 

Mentre stilla amarezza, grigia, oscura, 
la sera ostile su la « pampa » immensa. 


4 2 


S’inginocchiano Tonde, arrivando a la spiaggia, 
e s’umilian, curvandosi, per deporre piamente 
sovra l’arena il candido lor carico di spuma 
recato sovra gli omeri come diafana offerta. 


La spina del rancore 
potea nascere rosa d’amore 
sul ramo soleggiato... 
Poiché la spina è un fiore 
pria di sbocciar seccato... 


La vita piaga e cura, 
la vita bacia e uccide. 
La vita ch’è sì buona, 
la vita ch’è sì ria... 




NICOLA FUSCO SANSONE 


Nato a Montevideo il 3 Ottobre del 1904 da genitori italiani, è maestro 
nelle scuole di Montevideo dal 1927, e continua contemporaneamente gli 
studi di giurisprudenza nella Facoltà della Capitale. 

Tra i 17 e i 18 anni, fu cronista parlamentare del giornale El Sol; tra i 
19 e i 20, fu cronista teatrale de La Razón. 

A 18 anni, fondò la rivista El Camino ch’ebbe breve esistenza. 
Attualmente vive lontano dal giornalismo. 

È fondatore, con Giustino Zabala Muniz e Pereda Valdés, del Cine Club, 
di Montevideo. 

OPERE PUBBLICATE: 

La trompeta de las voces alegres - versi - 1925. 

Opere in istampa: 

Preguntas a las cabezas sin reposo - versi. 

COLLABORAZIONI : 

Amauta (Perù); Proa, Martin Fierro; Nosotros (Argentina); Teseo, 
La Cruz del Sur, Alfar (Uruguay); 7927 e /930 (Cuba). 

CRITICA : 

Alberto Zum Felde, Proceso intelectual del Uruguay y critica de su 
literatura, III volume; Guillermo de Torre, La Gaceta Literaria, Ma- 
drid; Adelina del Carril de Guiraldes, Proa, B. Aires; Pedro Lean- 
dro Ipuche, Proa, B. Aires; Antonio Gullo, Martin Fierro, B. Aires; 
Gervasio Guillot Munoz, El Dìa, Montevideo; Ildefonso Pereda Val- 
dés, Imparcial, Montevideo; Luigi Giordano, Conferenze del Cente- 
nario. 


ANTOLOGIE : 

Antologia de la moderna Poesia Uruguaya, di Pereda Valdés; Poetar 
fovenes de America, del peruviano Alberto Guillén. 


46 


CANTO A MIA MADRE CONTADINA 


S calavi i rami carichi 
su per la scala 
di un’ansia fruttaia 
che correa 

pura d’ogni malizia 
lungo il circolo chiaro 
del giorno. 

Armonia de’ tuoi dì di contadina 
avvinti al cuore stesso de’ tuoi boschi! 

Rigagnoli, uccelli, fontane, 
t’arrestavan per via 
carezzando del tuo corpo libero 
i sensi uno ad uno. 

E tu parlavi ai nidi 
ispirando fiducia 
ne le braccia agitate 
quasi che fossero 
bandiere marine. 


Fresca amica de la terra. 


I ruscelli giocavan con te 
come con Fallare piante 
lungo le sponde. 


Eri una pianta di più 
coronata de le meraviglie 
de l’acqua che passa recando 
il canto che niuno canta. 


Avevi quindici anni, 
dorati al sol de’ campi, 
e i tuoi giochi svolazzavano 
tra il candor de gli agnelli. 


Oh, feste azzurre 
de’ tuoi istinti limpidi! 


Un giorno sentisti la brama, 
la brama d’un figlio, 
e mi lanciasti ridendo 
nel mondo 

sotto la luce de gli alberi 
trepidanti di frutta. 


48 



A l’aria aperta, ascoltasti 
la sottil vita nascente 
de la ridente semente 
che iva insinuando carezze 
ne la tua carne serena. 


5 . - Poeti della Terra Orientale. 


IL NOTTURNO DE’ CORPI ANELANTI 


S ino al silenzio del tuo capo 

pervennero le mie labbra co lor baci. 

Ne la vita de’ tuoi occhi 
si tendeva il cammino de’ sogni. 

La notte del tuo corpo anelante 
sentì la solitaria maraviglia 
di questo mio cuore aperto 
ne’ canti del mare. 

Nel riposo de’ tuoi seni 
la mia testa ebbe un rifugio sereno. 

M’attendeva il tuo corpo anelante! 

(Il richiamo de Tacque lontane 

volea privarci 

del cammino de’ sogni.) 

I nostri corpi aveano spiegato 
il grido de’ più lunghi viaggi! 

Tu agitasti sovra l’affanno del mare 
la solitaria maraviglia del mio cuore! 


50 


Io elevai sino a le stelle del cielo 
il silenzio de la tua fronte! 

Ed allora ebbe la notte 
due corpi anelanti 
correnti 

lunghesso il cammino de’ sogni. 

(da « Preguntas a las cabezas sin reposo » di prossima pubbli- 
cazione) 


51 



EDGARDO UBALDO GENTA 


è * --g* ssj,fs“ s s;,to d ; 

Genova. Attualmente è maggiore del Gemo nell nsercito u g ; 

Pr °SWÒ nella 2STU anni, con un libro intitolato Beror la- 
grimas y gritos. Pubblicò successivamente La canetón de la miseria poema 
drammatico in tre atti (19™); Le Potlu, poema eroico, (1922); Et Temo 

A *hL in 'preparazióne un altro libro di versi: El vigia. È autore, inoltre, 
di un numero rilevante di studi e di opuscoli d’indole militare e scientifica. 


COLLABORAZIONI : 

Collabora alle principali riviste ed ai più diffusi periodici letterari 


CRITICA: 


Uruguay os contemporaneos - della Direzione della Biblioteca Nazio- 
nale^ Montevideo; Diccionario Enciclopedico Hispano- Americano 
Luisa Luisi El Ideal, Montevideo; Otto Miguel Clone, Supplemento 
letterario * La Manana, Montevideo; Arsenio Palacios, 0 Combate, 
San Paulo; Alfonso Espino, El Dia; José Gabriel Cosio, El Comercio, 

Cuzco. 


54 


MORIR SENZA MORIRE! 


M orir senza morire ! Lo comprendi 
questo dolor di chi sognò le cime 
e non trova una vetta?... 

Oh, il dolor de la vita senza fine 

di chi la forma sa, ma non la crea; 
di chi sbatacchia l’ali, ma non sale; 
di chi occulta un amore inconfessabile, 
di chi incocca la freccia di un’idea 
entro l’arco incurvato del cervello 
e non la scocca mai! 

— Oh, dolore di chi sa la parola, 
senza che il labbro possa pronunciarla 
quell’unica parola! 

— Oh, la mano che il nodo non disfa 
e la scala che scende mentre sali! 

Oh, dolore assassino che non spegni 
e torcia spenta che pur luce dai ! 

Morir senza morire! 

Non varcar più le soglie de la vita 


con questo cuor sensibile così 
che reca il segno de le cose morte 
e ha da star vivo, fieramente vivo, 
eternamente vivo! 


(da « E1 Tercio Azul ») 


IL VASAIO 


To credo in Dio, che modellò la carne 
A solo con fango — magico vasaio — 
in un divino slancio, 
per un bel desiderio, 
e a somiglianza sua, vasai ci fece. 

Disintegrata e morta, ecco, per l’estasi, 
io ti modello con un tocco e tutta, 
come un’anfora viva, 
dal limo ricavandoti de l’ombra. 

E con gli occhi, ti vedo, de la mano 
sorgere nuovamente sensitiva... 

E poiché sorgi, magica, dal fango, 
e poiché prendi forma da un desìo, 
ti contemplo con fondo misticismo 
e credo in Dio, poiché in me stesso credo!. 


L’EUCALIPTUS 


A nche tu fosti figlio di straniero... 

Ne l’inda terra, un contadin veggente 
di te confisse, un giorno, la semente, 
e sì forte, sì bello e cosi fiero, 
come un simbolo, tutto il continente 
ti sente americano schietto e vero. 

Il germe de l’altezza anche in me porto 
ed ho sangue straniero, o mio germano... 

Oh, s’io potessi in un’indiana pura 
porre il germe d’un figlio americano! 

(ivi) 


58 


la semina 


S enza ch’odano bue nè bifolco, 

vo cantando il mio canto fra i solchi : 
la canzone de’ frutti più ascosi 
che la luce vedran del futuro. 

Vo cantando ben fondo, in silenzio, 
seminando quest’unico cantico 
per un solco profondo ed eterno. 

Senza ch’odano bue nè bifolco, 
vo cantando il mio canto fra i solchi, 
con lo sguardo confitto nel cielo. 

Vo cantando il mio canto fra i solchi... 
se i miei canti cadessero al suolo!... 


(da « E1 Vigia » di prossima pubblicazione) 


59 








< 


I 














LUIGI GIORDANO 


Nacque a Durazno, nel cuore stesso della Repubblica, il 19 Dicembre 
del 1895. La sua famiglia è di origine italiana: suo padre, infatti, e saler- 
nitano, e la sua mamma, una Filippini, è lombarda. 

Compì gli studi medi e superiori nel Liceo e nella Facoltà di Diritto di 
Montevideo. Si laureò in Giurisprudenza e Scienze Sociali nel 1922. A - 
tualmente esercita l’avvocatura. Appartiene al gruppo dei poeti ultra mo- 
dernisti. 


OPERE: 

El rosai y otros cuentos, seguito da un dialogo attribuito a Giorgio 

Vicarini - 1926. _ . , 

Suicidio Frustrado, con tre xilografie originali di Castellanos Balparda 

- 1929. 

In istampa: 

Luciano y los violines - racconti - Ediz. di La Cruz del Sur. 
Hìstorias Naturales - versi. 

Quaderni mensili della rivista Cartel. 


COLLABORAZIONI : 

Arile, Anales, Nueva Generación, La Cruz del Sur, Alfar, Cartel, ecc. 
CRITICA: 

Jean Tild, Revue de l'Amérique Latine, Ottobre 1927; Falcao Espalter, 
Interpretaciones; Alberto Zum Felde, Proceso intelectual.... 


62 


SALOME’ 


r^osì potè imbarcarsi la Crespa. 

Il silenzio cullava la barca e l’onda. 

I marinai occultavano gli occhi : una gelosia repen- 
tina s era impossessata di loro, mentre i gabbieri, aspi- 
rando il vento fresco, preparavano la partenza. 

Non appena la città fu liberata di Salomè, si coprì 
di bruno e di ricordi. Il bastimento si allontanava in 
una dorata successione d’impulsi. 

La delinquente, sola, libera, vedeva, dal ponte di 
comando, arrivar le notti tra crepuscoli celesti, e le ro- 
see aurore precedere lo spuntar di giorni inediti. 

Tale era l’effluvio di simpatia traboccante da lei, 
che tutta la ciurma le si gettò ai piedi contemplandola 
con i suoi molti occhi chiari. 

Ella, allora, al suono di discretissime chitarre suo- 
nate in sordina, a piedi nudi, danzò sotto la luce della 
luna descrivente lentissime circonferenze nel cielo del 
mare. 

E fu Ja corsara de la notte. 


6 3 


* * * 


O tu, la venuta dal sudicio covo del vizio, 
ricciuta ragazza di carni maligne 
così eretta sui piedi 
ricordi più Pietro? 

E’ là, la sua testa mortale, ricamata sul nero de la tua 

[bandiera. 

Salomè guidava i suoi filibustieri sul cammino dei 
grandi transatlantici. 

10 l’incontrai ancora, ed era ancora una notte, nelle 
sconosciute latitudini de la mia speranza. 

Spirava prestigio, errava la sua barca, prendeva nel 
mare tropicale ciò che voleva : oro, schiavi, frutti. 

11 male era, però, come nella leggenda, che qualcosa 
di « sirenaico » ne annunciava l’apparire, e v’eran cuori 
che si lanciavano in mare come amuleti. 

— Salomè del delitto e de la notte, ti ricordi di me? 
E la donna alimentata da l’anima del biondo mari- 
naio, attraverso le sue lacrime, attraverso i venti del 
mare, con le bandiere di segnalazione diceva : 

. — E’ di Pietro, è di Pietro. 

(Dal volume di prossima pubblicazione «Luciano y los violines») 


64 


ALVARO GUILLOT MUNOZ 


- Poeti della Terra Orientale , 


Nato a Montevideo il 27 Settembre del 1897 da famiglia di origine fran- 
cese e spagnuola, percorse i suoi studi nell’Università (Liceo Moderno) della 
città natale. Compì, con il fratello gemello Gervasio, diversi viaggi di stu- 
dio attraverso l’Europa e l’America. 

Appartiene dal 1927 al servizio diplomatico del ministero degli Esteri 
dell’Uruguay. È membro della Società Accademica di Storia Internazionale 
di Parigi, incaricato di un corso di conferenze nel Liceo Francese e cor- 
rispondente del Ministero della Pubblica Istruzione di Francia. È condiret- 
tore della rivista letteraria d’avanguardia La Cruz del Sur. 


OPERE PUBBLICATE : 

Lautréamont et Laforgue (biografìa e critica, in collaborazione con 
il fratello Gervasio), 1925. 

Arséne Isabelle (monografia storica), 1929. 


Opere in preparazione: 

Migraciones escalonadas - versi. 

29 0 Latitud Sur (impressioni di viaggio). 


COLLABORAZIONI: 

La Cruz del Sur, (Montevideo); Sagitario (La Piata); Revue de l’Arné- 
rique Latine (Parigi); El Dia, Imparcial, Cartel, Actualidades , Iz- 
quierda (Montevideo). 

ANTOLOGIE: 

È compreso nelle seguenti: 

La Moderna poesia uruguaya, già citata, e Nueva Poesia de Poetar 
Americanos, già citata. 

CRITICA: 

Valéry Larbaud, Nouvelle Revue Franpaise, Paris; Philippe Soupault, 
Revue Européenne , Paris; G. Jean-Aubry, Nouvelles Littéraires, Pa- 
ris; Francis de Miomandre, Revue de l' Amérique Latine, Paris; Ant. 


66 


Zary, Reuue Internationale, Paris; France-Amérique , Paris; Pedro 
Leandro Ipuche, El Dia; Pensadores , Buenos Aires; La Razón, B. 
Aires; Alberto Zum Felde, El Dia e « Proceso intele ctual .. . », III 
voi.; Oreste Baroffio, El Pais ; La Prensa, B. Aires; Alberto Laspla- 
ces, El Dia, La Cruz del Sur, lmparcial; Juan M. Filartigas, El 
Pais e lmparcial; Luis Emilio Soto, Claridad, B. Aires; Evar Men- 
dez, Caratula, B. Aires; Edmundo Montagne, El Hogar, B. Aires; 
Luis Giordano, La Razón ; M. Garcia Hernandez, lmparcial; A. Zum 
Felde, La Piuma; Guillermo de Torre, La Gaceta Literaria, Madrid; 
A. Zary, Journal du Caire; Georges Pillement, Revue de VAmérique 
Latine, Paris. 


67 




METROPOLI SIDERALE 


L a mia testa e il mio corpo distesi orizzontalmente. 
Lo sguardo al cielo. 

Il movimento de la carrozza si afferma sotto la tra- 
sparenza siderale. 

La velocità stabilisce il controllo de le sensazioni e 
de la ricettività desta. 

Essa calma il precipitato impeto de la coscienza e 
sopisce l’inquietudine. 

La sirena prolunga i rettilinei de le strade oscure ed 
ulula in previsione de le possibili catastrofi. 

La mia testa e il mio corpo distesi orizzontalmente. 
Lo sguardo al cielo. 

Un firmamento abbondantemente stellato. 

Lo scintillio ed i palpiti provano, a traverso lo spa- 
zio, il dinamismo del Cosmo. 

Compio uno sforzo per sottrarmi a la sensazione del 
peso e dissipo così la credenza ne l’attrazione geocen- 
trica. 

Senza gravità, senza peso, teso entro la carrozza, lo 
sguardo al cielo, capovolgo le nozioni di Zenit e di Na- 
dir, e vedo gli astri quasi riverberi lontani contemplati 
da l’alto di un velivolo. 


69 


L’illusione si profila. Ho la certezza d’essere disteso 
entro una navicella d’areostato, volando a un altezza 
smisurata, ed ho la convinzione, così, di navigar ne 
l’aria, su di una città immensa e luminosa, su una me- 
tropoli notturna, ove pullulano i nottambuli resi invi- 
sibili da la successione de le distanze. 

Sirio, Antares, Beteigeuze sono, a’ miei occhi, tre 
costosissimi avvisi luminosi accesi per la festa de la notte 
de’ ricchi. Orione mostra la ghirlanda di luci di un via- 
le illuminato. 

La forza de l’illusione, convertita in credenza, mi fa 
temer la possibile caduta del mio corpo nel firma- 
mento, e sento l’irresistibile vertigine di piombare nel 
cielo. 

(inedita) 


7 0 


GERVASIO GUILLOT MUNOZ 


PAYSAGES EN CALCAIRE 
L’Isola. 

A rista isolata 

Inquadramento granitico 
Allineamento parallelo di rocce 
Rosario di pietre dure su la terra piatta 
Massiccio stabile e caotico 
Ingrossato da tutti i muggiti interrotti de’ bruti 
Stabilità de la terra 

Centro d’un altro pensiero interrato sotto il peso del sole 
Vita ascosa, attività vegetale all’infinito 
La verde stesa inghiotte l’aridità 
Le bestie son là, perdute nel movimento, 

De’ nonnulla opposti alla passiva inerzia. 

Esse rimastican le foglie crude 
E la forza lontana. 

Là son le bestie e la montagna è sola 
Con le sue rugosità e i suoi gialli oscuri 
Destinati a covare aspirazion malsane 
E difformi desii. 


(da « Misaine sur l’Estuaire ») 


7 2 


RUSCELLO TEMPO 


« jl tempo corre ». 

Il cammin : due filari d’alberi, e sopra il cielo. 
Sole ed ombra. Passività. Estate. 

L’ora sacra a la siesta s’è ingoiata i rumori. 

Il riverbero è un suono che fiammeggia sospeso. 
La brezza riscaldata è ormai l’unico ritmo. 

Misuro la distanza sovra il canto del gallo. 

Un odore di resina mi dice che son giunto. 

Ronzan sordi i tafani con rumore d’estate 
e il giorno ha rovesciato un carico d’uccelli 
recati qui da l’alba e da le eccelse rame. 

Un canto di furnari si sgrana ardentemente, 
si disperde ne l’aria, si ripete, e schiarisce 
la ramaglia più bassa e cadente dei salici. 

Tutto è verde e frenetico nel pomeriggio pieno 
ardente di cicale, tormentato d’insetti. 

L’odore dei giuncheti, de Tumide cortecce 
s’appicca come un’acqua miracolosa e lieve. 


73 


La siesta s’è involata col grido de gli uccelli... 

Rotaie di carrette, alito di covoni 

son venuti a bagnarsi in quest acque si docili... 

Il « benteveo » (i) saetta dal « molle » al « canelón » (2), 
si cela tra le foglie come un frutto maturo 
traboccante di sole e carico di voli. 

L’ombra è precipitata nel ruscel che procede. 

Un’altra lega ancora a cavallo ed adagio, 
al passo del ruscello e sfiorando le piante. 

Galleggia il pomeriggio ne la luce e su l’acqua 
riservata e intrattabile chiusa tra le due sponde. 

La freschezza del bosco placa alfin la mia sete, 
e il giorno, che sprofonda o svapora in me stesso, 
mescola l’ombra mia con le tante radici. 

Tutto è dormiente attorno. 

Calma attorno a la trebbia : si spenge il calpestìo. 

In alto, ancora un resto del palpito del giorno 
rifulge su di un ramo e s’innalza ne l’aria. 

Il cavallo s’allunga per sorbire un po’ d’acqua. 


(1) Nome onomatopeico di un piccolo e velocissimo uccello grande di- 
struttore d’insetti. 

(2) Nome dialettale di certi cespugli che crescon lungo i corsi d’acqua 
dell’America del Sud. Pare che dall’abbondanza dei secondi abbia preso 
nome la regione ove sorge la città di Canelones. 


74 


Il suo muso assetato intimorisce Tonde... 

E così fu che l’ultimo rumore de la sera 
fu affogato nel fiume, e raccolto nel fondo. 


Il rigoglio del bosco 

mi districa e magnifica i ricordi 

che reco d’altri giorni e d’innumeri luoghi : 

onde ricolme, dense di paesaggi che durano 

e picchiettan lo spazio intravisto e sentito 

traverso la ramaglia che, ritorta, s’ammansa. 

Gli spazi ed i ricordi si fondono a distanza 
e nuotan ne la sera, s’approssimano a l’acqua. 
L’odore di cavallo m’avviva la memoria. 

Uno « spinerò » canta mentre il giorno tramonta. 
Altri ricordi ancora ronzan sino a toccarmi, 
si stiran ne la calma, si volgono più elastici, 
si schiariscon ne l’ombra che ascende come fumo. 
Il cavallo si muove sotto il mio desto spirito; 
ne marcan meglio, i passi, la corpulenza e i crini 
e s’aggiungono a tutti gli antichi movimenti 
molteplici ed eterni 

che reco come un carico di stratte ormai remote 
o che sicuri portanmi come porta una rapida. 


75 


La corrente trascinasi con la brezza e la sera 
verso la notte sola che viene ma non giunge. 

I millenni vaganti domandano ad ogni astro 
in qual zona di mondi perderon la memoria. 
L’oscurità del bosco, che cresce con la notte, 
è la forca di mezzo che regge i firmamenti 
curvi di tanti mondi, di tante età trascorse. 

II ruscello è il mio tempo che non so misurare, 
gli istanti sono polvere annegata ne l’ombra. 
L’andare del cavallo mi dice che ben tosto 

mi condurrà, il mio Fato, contro un forte quadrante. 


76 


GIULIO HERRERA Y REISSIG 


Nacque a Montevideo nel Gennaio del 1875, e morì, dopo lunghi anni 
di sofferenze, appena trentacinquenne, nel Marzo del 1910, vittima di una 

malattia cardiaca. . , 

Spirito coltissimo, ma amante dello strano, del bizzarro, egli e conside- 
rato non del tutto a torto, un precursore della poesia moderna, in quanto 
essa può aver di sciatto e di volgare. Ciò non significa che l’Herrera y 
Reissig fosse uno spirito volgare: tutt’ altro. Ma l’amore per lo strano era 
in lui così potente da indurlo persino in peccato di leso buon gusto. Egli 
fu, in fondo, un decadente in ritardo. Le sue rime son quanto di piu 
strambo si possa concepire e rendono quasi impossibile la fedele traduzione 
dei suoi versi. 

Si afferma che la fama alla quale il poeta assurse nel suo paese dopo 
morto sia un po’ opera del Ruben Dario, che l’opera dello scomparso il- 
lustrò a Montevideo in una serie di conferenze. 

OPERE: 

Los Parques Abandonados. 

Los Peregrinos de Piedra. 

El Teatro de los Humildes. 

Las Lunas de Oro. 

Los Poemas del Tiempo. 

La Vida y otros poemas. 

CRITICA: 

Francisco Villaespesa: Julio H errerà y Reissig, Madrid; Guillermo de 
Torre: Literaturas Europeas de Vanguardia, Madrid; Ventura Gar- 
da Calderón : Semblanzas de America; Rufino Bianco Fombona: 
Prefazione de Los Peregrinos de Piedra , edizione Garnier; Lauxar: 
Motivos de Critica; Zum Felde: Critica de la Literatura Uruguaya. 


78 


IL SONNO 


T)ria di darmi sepoltura 
-*• mi si ponga per sudario 
questa tua capigliatura 

- chiederò — e il tuo cuore a guisa di divino scapo- 
lare... 

A la fossa de 1 oblio me n’andrò quindi a sognare. 

E verrà il di del giudizio... Quando la fanfara austera 
chiami i morti — inutilmente! — ch’io non mi vorrò 

[destare. 


(da « Ecos ») 


79 


LE MADRI 


V erde luce, eliotropio, sovra gli ampi confini... 

Il cielo, lentamente, divien chiaro, incoloro; 
su la fonte decrepita issa un arco canoro 
la muscosa scultura con i quattro delfini. 

Suona di roccia in roccia, co’ i suoi campani fini, 
la vagabonda squilla de la greggia; ed in coro, 
innanzi a Dio, che tuona ne la sera, urna d oro, 
cantan le panteiste pozze i lor mattutini. 

E, da tutti i sentieri, grave il passo, ecco vengono 
genti che un po’ gli antichi esodi ci sovvengono : 
figure matronali dai calmi volti oscuri, 

le cui carni di timo, di trifoglio, d aperto 
sanno, e pendenti al seno pletorico scoperto 
han rosei pargoletti come frutti maturi. 


(da « Los Peregrinos de Piedra ») 


8o 


JUANA DE IBARBOUROU 

(Juana de America) 


7 - - Poeti della Terra Orientale. 


È di Melo, capitale del dipartimento di Cerro Largo, ove nacque nel 
1895, ed è figlia di padre spagnuolo e di madre uruguaiana, pronipote a 
sua volta di un ufficiale andaluso venuto nell’Uruguay al seguito di Don 
Pedro Melo, fondatore della cittadina che di questi appunto porta il nome. 

Fu educata in un convento. Andò sposa diciottenne ad un ufficiale supe- 
riore dell’Esercito uruguayano. 

Pubblicò i suoi primi versi ancor fanciulla, avendo per palestra 1 gior- 
naletti di provincia. .... „ , ,. . . 

Attualmente, risiede a Montevideo, dov’e titolare di una cattedra di Let- 
teratura, presso il Museo Pedagogico. . 

Gode di salda fama e di grandi simpatie in tutta l’America Latina, per 
iniziativa dei cui scrittori e poeti fu battezzata, or non e molto durante 
le solenni onoranze tributatele, ed alle quali partecipo anche il mondo 
ufficiale, con il nome significativo di Juana de America. 


OPERE: 

Las lenguas de diamante - versi - 1919. 

El Càntaro fresco - poemetti in prosa - 1921. 

Raìz Salvaje - versi - 1923* 

Ejem piario - libro di letteratura per fanciulli - 1925. 

Paginas de Literatura contemporanea - libro di testo - 1925. 
La Rosa de los Vientos - versi - 1930. 

In preparazione: 

Poema al margen de la Biblia - poemetti in prosa. 

El dulce milagro - teatro per bambini. 


COLLABORAZIONI: 

La Nación, Buenos Aires; Nosotros, Buenos Aires; Contemporaneos. 
Cittì di Messico; El Mercurio, Santiago del Cile; 1930, l’Avana; 
Social, l'Avana. 

CRITICA: 

Las rutas paralelas, Alberto Zamar Schweger, Cuba, 1922; Poetisas 
Modernas, Cesar Gonzales Ruano, Madrid, 1925; La sombra de la 


82 


estatua, Gaston Figueira, Montevideo, 1923; Prosas sueltas, Agu- 
stin Aveledo Habaneya, Caracas, 1922; Los Dioses vuelven, Roberto 
Brenes Meseu in Nosotros, Buenos Aires, 1924; Eduardo Barrios in 
La Nación, Buenos Aires, 1923; Mujeres Extraordinarias , Cristobai de 
Castro, Madrid, 1930; Diez Canedo in El Sol, Madrid; Piero Pilepich, 
Fiume, 1930; L'Amérique Latine-, Ventura Garcia Calderon, Francis 
de Miomandre, Leonardo Pena ed Hugo Barbagelata, Parigi; Silvio 
Julio in Ideas e Combates, Rio de Janeiro, 1927; Humberto Diaz Ca- 
sanueva in El Mercurio , Santiago del Cile, 1929; Miguel de Unamuno, 
Madrid; Carlos Benvenuto in Concreciones , Montevideo, 1929; Luis 
Eduardo Nieto Caballero: El espectador, Bogotà, 1929; Cuatrò cum- 
bres, Bogotà, 1929; Juana de Ibarbourou, 1930; Repertorio Ameri- 
cano, Costa Rica. 


83 



radice selvatica 


M ’è rimasta inchiodata ne gli occhi 
la vision di quel carro di grano 
che passò, cigolante, pesante, 
lasciando cosparso di spighe il cammino. 

Non pretendere dunque ch’io rida! 

Tu non sai qual profondo ricordo 
m’assorba in quest’ora! 

Dal profondo de l’anima sale 
un sapor di « pitanga » a le labbra. 

Serba ancor, la mia pelle bronzina, 

non so qual fragranza di grano in covoni. 

Oh, potessi condurti con me 
a dormire una notte fra i campi, 
e aspettar su’l tuo cuore il mattino 
sotto il tetto impazzito d’un albero! 

Son la stessa fanciulla selvaggia 
che anni fa conducesti con te. 


(da « Raiz Salvaje ») 

85 


LO STAGNO 


uno stagno profondo, e nessuno sa quanto. 

' Circondato di salici, è sì queto che appena 
quando il vento impazzisce Tacque placide ondeggiano 
con un gesto lentissimo di persona che sogna. 

Questo stagno mi tenta con l’aspetto fatato. 

Esso ignora le rane, le libellule, Tanatre. 

Ogni giorno qui vengo a lanciar sassolini 
che Tacque senza vita ingoian silenziose. 

Se una sera il mio corpo ardente e delicato 
ne lo stagno cadesse come cade una pietra, 
con identici gesti misteriosi e placidi 
chiuderan su di lui le labbra mute Tacque. 

Sarà un circolo, prima, ristretto ed ondulante, 
indi un altro, ed un altro, sempre più gravi ed ampi. 
Dopo, nulla... La calma, 
la tersezza, il silenzio, 
ed ancora il riflesso verde-luce de’ salici. 


(ivi) 


86 


LA PROMESSA 


r T _1 utto l’oro del mondo, ecco, pareva 
disciolto ne la sera luminosa; 
solo un po’ di crepuscolo di rosa 
la sommità de gli alberi tingeva. 

Un impensato amor la tua avvinceva 
mano a la bruna man mia, timorosa; 
parevam Boaz e Ruth; fra noi, odorosa, 
la siepe che il podere ricingeva. 

- — M’amerai? — Mormorasti. Lento e grave 
vibrò su le mie labbra il « sì » soave 
de la dolce ed amante moabita. 

Come un « amen », ci giunse in quell’istante 
la squilla di preghiera che, vibrante, 
lanciò da la tebaide l’eremita. 

(da « Las Lenguas de Diamante ») 


87 


L’ANGOSCIA DE L’ACQUA CHETA 


P alpebra immobil, grigia, con le rughe di sasso, 
l’orlo di questo pozzo vecchio ed abbandonato 
per ciglia ostenta tronchi d’edera in ogni masso 
e l’orbita rossiccia d’un arco mutilato. 

Giù giù nel fondo, l’ostia de l’acqua muta e queta 
è la pupilla cieca del pozzo ornai deserto. 

Pupilla sempre fissa, per l’angoscia segreta 
de l’imagine immobile, in fondo a l’occhio aperto! 

Anche quando le nubi e il vento messaggero 
traggon petali rosa e foglie di pensiero, 
e coppie ebbre d’amore qui dirigano il passo, 
quest’acqua sempre fissa, senza luce, tranquilla, 
resterà in fondo al pozzo come cieca pupilla 
silente, disperata, ne l’orbita di sasso. 

(ivi) 


88 


NOTTE DI PIOGGIA 


Tjiove... Attendi, sta sveglio. 

Porgi l’orecchio a quel che dice il vento 
e a quel che dice l’acqua, che sui vetri 
con le dite minute tamburella. 

In orecchio convertesi il mio cuore 

per ascoltar la magica sorella, 

che ha dormito nel cielo, 

che ha visto il sol da presso, 

ed or discende, elastica ed allegra, 

da la mano del vento, 

come una viaggiatrice 

che torni da una terra d’incantesimo. 

Chi sa mai che allegria per il frumento! 

E con che avidità berranno i prati! 

Quanti diamanti penderan da i pini 
fra l’intreccio profondo de le rame! 

Aspetta, non dormir. Porgiamo ascolto 
al ritmo de la pioggia. 

Appoggia tra i miei seni 
la fronte taciturna. 


10 sentirò il pulsar de le tue tempie, 
palpitanti, tepenti, 

sì come fosser due martelli vivi 
battenti la mia carne. 

Aspetta, non dormire. Questa notte 
fra noi due siamo un mondo 
isolato dal vento e da la pioggia 
entro la conca calda de l’alcova. 

Aspetta, non dormire. Questa notte 
noi siamo forse la radice somma 
da la qual deve germinar domani 

11 tronco bello d’una razza nuova. 

(da « Raiz Salvaje ») 


9 ° 


MATTINO DI FALSA PRIMAVERA 


Q ualcheduno ha passato un piumaccio ne l’aria 
ed un’umida spugna sul sole del mattino; 
qualchedun, ne la notte, strofinato ha i battagli 
che ridestan la chiesa; 
qualcuno, al sacrestano, 
ha iniettato inquietudin ne le vene del pugno 
che maneggia la corda sudicia de la torre; 
qualcuno il cavallino orbo del mio lattaio 
ha ridestato allegro, con voglia d’imbiancarmi 
di polvere, di prendere quel « numero 38 » 
che corre vèr la spiaggia. Oh, mattino d’Agosto, 
mattin di mezzo Agosto, (1) 
assurdamente tepido, assurdamente limpido, 
che ci appar mascherato con le cose graziose 
di un’alba di Novembre. 


(1) Ricordiamo al lettore che Montevideo si trova nell’emisfero australe, 
e che pertanto il mese di Agosto corrisponde colà al nostro Febbraio, mentre 
il Novembre corrisponde al nostro Maggio! 


9 1 





PIETRO LEANDRO IPUCHE 


È di Treinta y Tres, capoluogo del Dipartimento omonimo, e risiede a 
Montevideo da molti anni. Appartiene ad antica famiglia creola. È da 
molti anni funzionario nell’Amministrazione Giudiziaria. Fu tra 1 primi 
poeti uruguayani che, senza far poesia dialettale, s’ispirarono a motivi re- 
gionali (Nativismo). Oggi segue le correnti moderniste, senza peraltro riu- 
scire a staccarsi completamente dalla natura e dalla gente dei campi. 


OPERE : 

Engarces - versi - I 9 i 5 't 9 1 ^* 
Alas Nuevas - versi - 1922. 
Tierra Honda - versi - 1924. 

J ubilo y Miedo - versi - 1926. 
Rumbo desnudo - versi - 1929, 


COLLABORAZIONI : 

Collabora alle principali riviste dell’America del Sud. 

CRITICA: 

Jorge Luis Borge, Inquisiciones ; Valéry Larbaud, Revuc Européennc; 
Guillermo de Torre, La Gaccta Literarìa, Madrid; A. Aubry, Les 
Nouvelles Littéraires. 


94 


RESA E FUGA 


Tddio, l’uccello e il bimbo 
A sono uguali. 

Si fanno amare, i tre, 
e fuggon tutti e tre. 

E son l’amore; 

ed è l’amor così: e resa e fuga. 

E son l’amore: 
l’amore de le mani, 
l’amor chiaro de gli occhi, 
l’immenso amore della Intuizione. 
Ahi, luminoso e tenebroso cuor! 


(da « Jùbilo y miedo ») 


95 


LA MIA RADICE CRESCE 


T utto m’invade la radice, 
sì ch’io mi sento, oggi, 
e ne son turbato, felice. 

Vivo un’inanellata unita vegetale; 

mi muovo, come un albero, dal basso verso 1 alto, 

oltre il confin dell’Io, 


ne l’attrazion sinfonica della Madre Radice. 


Son l’albero che va, 
quasi... radice libera. 

(ivi) 


06 


E SI’ PICCINO 


I pargoletti, quando poppano, 

suggon tanto le madri (bocca ed occhi) 
che la madre li penetra per sempre 
di linfa magica, di luce tenera, 
d’un dono vivo di maternità 
che loro avvince 1’anima a metà. 

Come poppano i pargoli! 

Come guardano i pargoli 

l’anima pura de le madri 

e la gemma aperta de l’occhio materno! 

Idillio vitale! 

Atto vegetale 
e bianco! 

La madre fatta rivo e distillante! 

E il figlio, che portò con il suo seme 
la corrente, la sugge, qual signore 
intimo e spensierato.... e sì piccino. 

(da « Rumbo desnudo ») 


8 . - Poeti della Terra Orientale. 


97 


E VENNI 


M ontevideo. 

Mi vedesti arrivar 
dal fiume mio 
sino al tuo rio 

grande e agitato come un mar. 

Con me traea le antiche fragranze de le selve 
sperdute del mio Olimar. 

L’acque del Piata tremule eran d’antenne issate 
ch’io solo conoscevo ne le care incisioni 
del mio libro di scuola. 

Con me recavo l’anima paesana 
chiara, nuova, paurosa; 
e la scioltezza allegra del cammino, 
e l’impeto del vento, la sanità de’ giorni 
pe’ miei campi forti, per le mie colline. 

E recavo l’ebbrezza oscura de le notti, 

e la « gaucha » passion de le fiammate, 

l’inquietudin sonora de le acque 

fra lo squarcio violento de le braccia nuotanti : 


98 


qualche cosa d’uccello, 
e di vitello, e di puledro; 
de l’innocenza umida de l’albero 
e de la nettezza fragrante de l’aria 
su l’isole mie oscure. 

M’accogliesti così, Montevideo, 
fra le tue vie serrate e misurate 
e le tue case erette. 

Sano e pauroso 
e allucinato; 

con il sangue netto de l’adolescenza 
e un annuncio di gloria sul costato. 


(da « Alas Nuevas ») 


99 






















LUISA LUISI 








Nacque a 

£tT,=“; 3 rc™ì”«“ «e p»~ ■>« * h - 

b TudS JTLo suo e se,,. P ausilio di p.dfessoci, o«™ » ^ 

ma di maestra di primo grado. i alla conquista del diploma 

Entrata nella scuola ma ebbe \ gran de fortuna 

di secondo grado non vi r educatr i ce che si chiamò Maria Sta- 
di essere discepolati que ,• secondo m- a do, si riapplicò allo 

gnero de Munar. Acquistato 1 P . s j n0 a q a con q U ista del titolo 

studio, solo assistita dalla sua forza concorso per un posto di maestra 

magistrale massimo. Gu ^ S “ t0 2 Un ne P guadagnava subito dopo un secondo, 
nella scuola di terzo grado JN. , S ^elle importanti scuole 

che la condusse a vent’anm alla °“ _ii "e passò alla direzione di tale 

srsstrs «— <““■ — « 

di Montevideo. a evirazione N. 2, vi restò solo pochi 

m 2"C““'S. “ c ”“ lgB ° N '““" 

dl C E o d ",™ versi “S “'di’ti 

gelosa ai suoi. Appassionata per larecitazione e dotata 

ferrea, fu, giovinetta, una instancabile reautrice. ^ con £norme 

Pubblicò il suo Esaurita l'edizione in brevissimo tempo, 

A .-sto primo volume di versi se- 

^LTluìs! < ha 'pronunciato anche un 

SSS5S ,« r a » 

letteratura. 


OPERE: 

Sentir - versi - 1916. 
Inquietud - versi - 1922. 


102 


Poernas de la lnmovilidad - versi - 1926 (1). 

Educación artistica - 1919. 

Ideas sobre educación - 1923. 

A traves de libros y autores - critica - 1925. 

In preparazione: 

Uno studio su suor Juan Ines de la Cruz, il quale farà parte di un 
nuovo volume di critica, consacrato esclusivamente alle donne, che 
l’autrice progetta. 

La Luisi pensa inoltre di pubblicare le osservazioni raccolte in sei 
anni di partecipazione ai lavori del Consiglio del l’Insegnamento, ed 
ha già pronto per le stampe uno studio sintetico sulla letteratura uru- 
guayana, che avrà per titolo La Literatura del Uruguay en el ano 
del Centenario (1930). 


(1) Questo libro fu frutto doloroso di una malattia che costrinse la Poe- 
tessa a tre lunghi anni d’immobilità in un seggiolone a ruote. 



I GIORNI 


T giorni erano giovani... 

Nudi ed innumerevoli vernano incontro a me. 
Io li guardavo altera ed orgogliosa : 
eran miei; e venivano... venivano... 
in teoria senza fine. 

Passandoli in rivista, 

ne contemplavo i volti, i torsi ed i profili, 

le agili membra giovanili, 

la forza e l’allegria irradianti su me... 

Eran tutti sì belli, 

che non seppi, incantata, d’essi qual preferir. 

E passavan... passavano... innumeri ed ardenti, 
passavano... in teoria luminosa, per me. 


Dritta, ma senza orgoglio, 

li vedo lentamente sfilare senza il fascino 

del passo giovami: 

le pupille velate, i torsi non più eretti, 
con la stanchezza impressa nella faccia viril. 


Non son più innumerevoli: van passando uno ad uno 
con passo incerto; 
ne presento la fin... 

Le file, in lontananza, si fan sempre più rade: 
ora so qual, fra tutti, e destinato a me!... 

(da « Poemas de la Inmovilidad y Canciones al Sol ») 


106 


AGONIA 


T a marea, lentamente, cala su le mie rive; 

^ una strana fessura lascia sfuggire il mar... 

Ne 1 arena ornai secca de le mie piagge vuote 
muoiono i fiori vivi di gelatina e sai... 

Si spenge lentamente il mormorio monotono 
in questa inesorabile discesa del mio mar... 
Discendon senza tregua Tacque su le mie rive... 
sino a scoprire nude rocce d’Eternità... 


(inedita) 


SONO LA PIETRA IMMOBILE... (i) 


S ono la pietra immobile su l’orlo del cammino... 

Son l’albero invidioso de la nuvola errante... : 
assisa sto e silente su ’l margin de la vita 
mentre la strada, viva, marcia verso il futuro... 

Sfilano senza tregua sotto il mio sguardo i quadri: 
sfilan... : speranze, palpiti, movimento, colore... 
Gioventù ed esultanza, indigenza e sfiducia... 

Bimbi, bimbi divini, e vecchi che s avviano... 

Passan, passano...! Sempre nel luogo istesso io sto. 
Sono la pietra assisa un giorno, e l’altro, e l’altro... 
la pianta che Natura in un gesto impietri.... : 
pianta... creatura... pietra... Non so piu quel che sono! 


(da « Poemas de la Inmovilidad y Canciones al Sol ») 


(i) Scritta durante l’infermità che costrinse la Poetessa a vegetare per tre 
anni immobile su una poltrona. 


108 


O MIE PALLIDE MANI... 


/'"'v mie pallide mani, bianchi fiori di cera, 
pe’l sideral lavoro più pallide ogni dì... 
Fredde ed esangui mani assetate di cielo, 
purezza e solitudine le gelavan così. 

Le ho vestite, quest’oggi, di tepori insueti, 
un tremore ne scuote il pallore sottil : 
le sommersi in un fango ardente e pullulante 
ove sentiron germi impuri sobbollir... 

Pallide mani mie, ricoperte d’un fango 
in cui si spense il giglio de’l nativo candor, 
contemplandole dome ne l’orgoglio le sento 
palpitar duna vita sconosciuta sin qui...! 


(inedita) 


I POMI 


S ono intatti e rotondi, 
i pomi maturi de le ore 
che la pienezza aurata m’offeriscono. 

Freschi, succosi, chiari, 

van cadendo a uno a uno ne 1 mio grembo 

da i rami luminosi de l’azzurro. 

Le dita palpan quella buccia fina, 
le pupille contemplano 
le rosse curve dolci... 


Sono caduti ormai gli ultimi pomi 
celesti de la sera. 

Il mio grembo è un corbello di ricolmo profumo. 

Voglio morder la polpa piu gustosa 
e spremer fra le labbra 
il più intenso de’ succhi. 


no 


Fra tutti, scelgo il pomo più dorato, 
ne aspiro ad occhi chiusi 
l’opulento profumo. 

Ma, al morderne la polpa profumata, 
viene il folletto de la notte 
e mi ruba d’un colpo tutti i pomi...! 


RADICI DE LA TUA VITA 


N e la mia vita barbican radici de la tua, 

la nostra linfa prodiga attorno rose e fior ; 
de le tue vene il ritmo ne’l mio sangue prolungasi; 
accendono, i nostri occhi, astri nuovi lassù... 

Curvi sopra l’abisso, ci fissiam scolorando, 

— una spirai di fuoco e d’ombra è il nostro amor... 
crepuscol di ponente, non chiarore d aurora... 
non divenir mai uno, ed esser due mai più...! 

(inedita) 


1 12 


GIULIO RAUL MENDILAHARZU 


9 . - Poeti delia Terra Orientale. 


Nacque a Montevideo il 4 Dicembre 1887. Innamorato dell Europa, e 
specialmente della Francia, dopo un primo viaggio compiuto atto no al 
1900, vi ritornò nel 1907 e vi rimase sino al 1913. visitando limila la 
Francia, l’Inghilterra, la Spagna, la Germania ed 1 paesi scandinavi Ora- 
tore facile e simpatico, era figura notissima e amata nell ambiente studen- 
tesco. Pubblicò il suo primo volume di versi nel 1909, a Mad ™' 

Rientrato a Montevideo, vi diresse la rivista « Tubare », eh ebbe a colla- 

boratori i migliori letterati dell epoca. 

Allo scoppio della guerra europea, egli fu con tutta 1 anima con g Al- 
leati, per i quali svolse ampia propaganda nella stampa e dalla tribuna Son 
di quell’epoca vari opuscoli di poemetti francofili: Fran,as tncolores; Ante la 
Victoria; Aitar de bronce. 

Recatosi in Francia nel 1917, si trovò a Parigi durante il bombardamento 
di quella capitale, dove rappresentò più tardi l’Uruguay durante la « setti- 
mana dell’America Latina ». Morì appena trentacinquenne il i« Dicem- 
bre 1923. 


OPERE: 

Como las nubes - versi - 1909. 

Deshojando el silencio - versi - 1911-1913. 
El alma de mis horas - versi - 1916. 

La cisterna - versi - 1919. 

Voz de Vida - versi - 1923. 


CRITICA: 

Juan Parra del Riego, « La emocito de Montevideo ante la mnerte 
de Mendilaharzu ». 


A SHACKLETON 


/^\h, sir Ernesto Shackleton! tornasti al nostro porto, 
^ morto. 

E ancor ci dai l’addio, 
per 1 ultima tua tappa d’audace esploratore, 
verso contrade bianche di silenzio, d’oblìo 
e di segreto orrore. 

Così, le notti antartiche, fra i rigori del Polo, 
trascorrerai nel tumulo, completamente solo. 

Permarrai sempre lungi da l’amante tua terra, 
da un cimitero verde e grave d’Inghilterra, 
che fa sentir la morte quale piaggia serena 
dove trova, il nocchiero, la fin d’ogni sua pena. 

Natale, e tu distante ti troverai dai lari 
nel giorno de la festa mistica e familiar; 
i tuoi, nel ricordarti, ti vedranno oltre i mari 
nel tuo sepolcro bianco come un Gaurisankàr. 
Pasceranno sudari di tenebre il tuo tumulo 
e di venti, di nevi, di nebbie tutto un cumulo. 

Il periglio tu amasti e cercasti l’arcano, 
valoroso, deciso, eroico, sovrumano. 


n 5 


Non dicesti, con Ibsen : « Per due è il battello mio 
Fra i rigori del Polo 
giacerai forte e solo 
come se fossi un Dio. 


116 


». 


ADOLFO MONTIEL BALLESTEROS 


Ama affermarsi di razza indo-spagnuola. La sua famiglia, infatti, conta 
cinque generazioni americane. Nacque a Paysandu il 2 Novembre del 
1888 È autodidatta. Finite le elementari a tredici anni, fu impiegato 
alle Poste, commesso di drogheria di campagna, impiegato nel servizio 
delle diligenze, contabile, disegnatore tecnico, cassiere, impiegato dello Stato 
e Console. 

Attualmente è funzionario di Direzione nelle Ferrovie dello Stato. 

Crebbe in un villaggio dell’interno della Repubblica dove, sentendosi 
attratto dall’arte e innamorato delle idee sociali più avanzate, tentò sin 
dall’adolescenza di divenir pittore, scrisse versi, tentò il teatro. 

Fu tra i primi cultori (egli afferma d’essere stato il primo addirittura) 
del verso libero nell’Uruguay. 

A vent’anni, effettuò il primo avventuroso viaggio in Europa, da 
bohémien. A Parigi, abbandonando la tendenza « europeista » seguita sin 
lì, scrisse il suo primo racconto di colore regionale americano, che fu 
pubblicato dalla rivista Mttndial, diretta nella capitale francese dal gran 
poeta nicaraguense Rubén Dario. 

Visse in Argentina e alle frontiere del Brasile. 

Percorse la Spagna, la Francia, il Belgio e, già Console, trascorse otto 
anni in Italia: in Sicilia, a Firenze, a Torino. 

11 suo primo libro in prosa, Cuento Uruguayo, fu pubblicato appunto 
in Italia: a Firenze. Anche in Italia, a Catania, apparve la prima edi- 
zione delle sue Fabulas, delle quali parecchie sono state tradotte in ita- 
liano, in francese, in portoghese, in inglese cd in tedesco. 

Attualmente si dedica al romanzo. 


OPERE: 

Etnoción sa blu - versi. 

Cuentos Uruguayos - racconti (esaurito). 
Alma nuestra - racconti. 

Los rostros pàlidos - racconto. 

La Raza - romanzo. 

Luz Mala - Novelle. 

Montevideo y su Cerro - racconti. 
Fabulas. 


Il8 


L’OMBU’ 


T'Vo ripartiva i suoi doni fra gli alberi; ed essi s’af- 
frettavano a scegliere attributi e bellezze. 

- — Io voglio essere forte — disse il « nandubay »; 
e fu più duro della pietra, più tenace del ferro. 

— Il mio ideale è quello d’essere salutifero • — escla- 
mò lo « anacahuita » - — ; e l’ottenne. 

Allo « jacaranda » fu concessa quell’agilità di verso 
vibrante, così lirica a primavera, quand’esso ostenta il 
maraviglioso pennacchio gridellino. 

Il lauro volle foglie lucide e oscure. 

E s’adornò la gaggìa d’aurei ciuffi profumati; e chie- 
sero il <( pitanga » e il « guaviyu » frutti zuccherini; 
e il « ceibo » si decorò di bei fiori sanguigni. E volle, 
il « tala » inda rudezza di nodi e di spine; e il « vi- 
rare » eleganza, e il salcio poesia, e trasparenza il « ci- 
na-cina ». Il « napindu » pretese unghie, e lo « amerà » 
il misterioso potere di castigar gli incivili che non gli 
rendessero omaggio; e aroma il « paradiso »; ed i « ta- 
cuarà », snelli e musicali, chiesero d’essere utilizzati pel 
lavoro e per la gioia dei bimbi, coi pungoli e con lo 
scheletro luminoso delle comete. 

Venne ultimo lo « Ombu ». Dio aveva esaurito tutti 
i suoi doni. 


— ■ Che posso offrirti, mio povero « Ombu » ? 

— Ombra per il riposo degli uomini. 

— Ma la posseggon tutti... 

— Corpulenza, perch’io possa essere faro nella va- 
stità della pianura; perchè senta, il « gaucho », da lungi 
la commozione del focolare tepido in attesa. 

- — E d’altro, « Ombu » ? 

— Voglio che sia, il mio legno, debole, spugnoso 
e fragile; che non resista un incastro e un chiodo; che 
si spezzi alla minima pressione; che si dissolva in pol- 
vere al contatto del sole e della pioggia. 

Era stupito, Dio. 

— Ma perchè, « Ombu », non chiedi sapide frutta 
e petali iridati? Perchè non vuoi il bel legno con cui 
fabbricar cune, e mense per il desco, e navi per i viag- 
gi, e bare per l’estremo riposo? 

— 'Padre, ■ — rispose umile l’« Ombu » — • padre 
mio, so che venne al mondo, un giorno, un uomo buo- 
no, che predicava amore e giustizia e bontà... 

E so che gli altri uomini lo condannarono e lo in- 
chiodarono su una croce costrutta con il dolore d’un 
qualche albero fratello... 

Esiston sulla terra, ancora, sognatori. Fammi con- 
tento dandomi quel ch’io ti chiedo. Vivrò in pace, pen- 
sando che mai contribuirò al delitto d’assassinare un 
giusto. 


120 


MARIA ELENA MUNOZ 


È Montevideana, ed appartiene ad una distinta famiglia uruguaiana, 
di remota origine spagnuola, che vanta membri illustri nella politica e 
nelle lettere. Conosce l’Europa, da lei visitata a scopo di studio. 

OPERE: 

Horas mias - versi, con prefazione di Juana de Ibarbourou - 1924. 
Lejos - poesie, con prefazione di Pedro Leandro Ipuche - 1926. 
Refracciones - prosa poetica - 1929. 


COLLABORAZIONI : 

La Cruz del Sur, Montevideo; Aljar, Montevideo; Teseo, Montevi- 
deo; Cartel, Montevideo; Amauta, Lima. 

CRITICA: 

Eduardo Dieste, Teseo, di Montevideo; Henri de Loge, Revue de 
l’Amérique Latine, di Parigi; La Prensa, di Buenos Aires; La Nación, 
di Buenos Aires; Cesar Tiempo, Claridad, di Buenos Aires; La Razón, 
di Buenos Aires; Rafael B. Esteban, Sintesis, di Buenos Aires; Jorge 
Luis Borges, Proa, di Buenos Aires; Camillo Cardu, La nostra Anto- 
logia, di Montevideo; Cristobai de Castro, La Esfera, di Madrid; Ce- 
sar M. Arconada, La Gaceta Literaria, di Madrid; Andrade Muricy, 
Festa, di Rio de Janeiro; Hector Cuenca, El Pais, di Maracaibo; Ar- 
mando Bazan, Amauta, di Lima; Alberto Guillen, Lima; Carlos Ben- 
venuto, La Cruz del Sur, di Montevideo e Concrecìones; Juan M. Fi- 
lartigas, Imparcial, di Montevideo; Gilberto Gaetano Fabregat, Ana- 
les, di Montevideo; Luis Giordano, Imparcial, di Montevideo; Alberto 
Zum Felde, El Dia, di Montevideo; G. de Salterain Herrera, La 
Manana, di Montevideo; Enrique Rodriguez Fabregat, La Razón, di 
Montevideo; Horacio Maldonado, La Manana, di Montevideo; Juan 
Carlos Welker, Todo, di Montevideo; Garcia Hernandez, Imparcial e 
Alfar, di Montevideo; Alfredo M. Ferreiro, Cartel, di Montevideo; 
Christiane Fournier, La Vie e Revue de l’Amérique Latine, di Parigi; 
La Raza, di Buenos Aires; Alberto Zum Felde, Proceso Intelectual del 
Uruguay y su Literatura, di Montevideo; Ildefonso Pereda Valdés, 
Antologia de la Moderna Poesia Uruguaya; Alberto Guillen, Lima: 
Antologia de Poetas Americanos; J. M. Filartigas, Mapa de la poesia 
1930. 


122 


LA LETTERA 


T Tn piego di quattro orizzonti : il cielo. 

La luna, 

un bollo d’argento. 

Di dentro, 

la chiave che tanto cerchiamo 
e che non ritroviamo. 

Una mano invisibil ci mostra da lunge il messaggio. 
Posson leggerlo solo gli spirti ch’emigran. 

Per i nostri occhi 
sa d’eterno la lettera chiusa. 


(da « Lejos ») 


123 


TRE NAVIGLI LANCIATI NEL FIUME... 


^Jprc navigli. 

Giano insieme cullati dal fiume... 

Cigni bianchi vaganti nel vago chiarore del fiume. 

Tre navigli lanciati nel fiume... 

Ne le vele portavano il segno 
del destino per essi scolpito. 

Tre donzelle vestite di lino 
filan filan sul greto del fiume. 


(ivi) 


SOSPESA A L’ASTRO 


TTna stella mi ha teso 
^ un filo d’argento... 

E sento 

che annodata a quel filo 

mi fletto sul mar, sul mio aitar, ne la notte, nel vento. 

E se il limo pur tocco 
e nei rovi m’impiglio, 
sempre son sostenuta dal filo 
che a le altezze celesti m’annoda. 

Quando prona m’abbatto, e carponi 
la mia bocca la polvere insozza 
— che sputa la terra sì scura ed amara — 
sento pur che divino 

è quel braccio leggero del fil che m’estolle. 

E non v’è forza pari 

a la forza nascosta in quel braccio di luce, che al suolo 
mi strappa e mi porta 
sì lieve, sì... nulla... 

Coda d’una stella, 
silfo ne lo spazio 

attento al diffuso concerto supremo. 


I2 5 


Tamburellìo d’augelli, 
sol de la mattina...! 

Segui, segui, o filo d’argento! 

Chè l’anima vado cogliendo del giorno, 
e il turchino ed il sai de le spiagge. 

Portami!... A volte ti sento sommesso al mio arbitrio, 
e non so... ma ho paura 
se mal ti distinguo. 

Dèi tenermi ben forte! 

Devi stringermi forte! 

Incantami lo sguardo! 

Ch’io non veda la nebbia tessuta dal dubbio! 

Mi avvolga in ispire 
limpide il tuo laccio... 

(ivi) 


126 


FERNANDO NEBEL 


Suo nonno era tedesco, suo padre uruguayano ed uruguayana da molte 
generazioni è la famiglia di sua madre. 

È di Montevideo, ove nacque nel 1884. 

Fu segretario dell’Istituto d’igiene per parecchi anni, ma la sua vera 
professione è il giornalismo. 

Dimorò in Europa, specialmente a Parigi, a più riprese ed a lungo; in 
quest’ultima città, anzi, svolse una propaganda entusiasta e feconda in 
prò della poesia uruguayana, valendosi di letture di versi da lui stesso or- 
ganizzate. Appassionato per la recitazione, si occupa anche attualmente di 
quest’arte dirigendone una scuola. 

OPERE : 

Canto a Francia - poema, 1922. 

El color de las horas - versi, 1925* 

Viajar - versi, 1927. 

Estampas - versi, 1929. 

COLLABORAZIONI : 

Collabora alle principali pubblicazioni quotidiane e periodiche locali. 


128 


LE ROTAIE 


Qon preso da una noia : le rotaie : 

^ tirannia de’l paesaggio e de’ convogli, 
soggezione a una terra 
tutta calcolo freddo. 

L’itinerario, 

sempre. 

Persin l’abisso varcato 
è un’emozion su rotaie! 


(da « Estampas ») 


to. - Poeti della Terra Orientale. 


r 29 


CANTICA DE ’L POMERIGGIO TRISTE 


I l pomeriggio plumbeo 
annuncia pioggia. 

Questa tristezza mia 
non so che annuncia. 

Oh, fosse almeno un pianto forastiero 
come quel de la pioggia! 


130 


LA RETE 


L a penna mi s’intrica fra le fronde 
ne l’ora mattutina. 

Tutta la spuma lirica de l’albero 

fervorosamente si dà, 

e si spande ne l’aria 

una rete di fili di cristallo 

che contiene il paesaggio, il cielo e noi : 

così è facil cantare! 


(ivi) 


I 3 I 


UNA MANO CHE BUSSA 


I secondi cantati ne la notte 
da che abisso verran ? 

Parrebbe che battano a l’uscio 
ammonendoci: eppure aprirai. 

Qualcuno attende, 

e bussa la mano implacabile: toc, toc, toc... 


(ivi) 


IL SORRISO IMMENSO 


A tacciarmi vorrei sul mistero una volta 
•*- e farei giuramento solenne di tacer. 
Veder, tornare al mondo, 
e sorrider da saggio: niente più... 



EMILIO ORIBE 


Appartiene ad antica famiglia uruguayana, ha trentasette anni, ed è 
medico da undici; ma da qualche anno, attratto da altri studi e da altre 
attività, non esercita la professione. Attualmente fa parte del Consiglio 
Superiore d’insegnamento Elementare e Normale, posto cui fu chiamato 
per il suo riconosciuto valore intellettuale e culturale. È uno studioso e 
un silenzioso. 

OPERE: 

El Nardo del Anfora - versi - 2 a edizione, 1926. 

El Castillo del Interior - versi - 2 a edizione, 1926. 

El Halconero Astrai y otros cantos - versi - 2 a edizione, 1925. 

El Nunca Usado Mar - versi - 1922. 

La Colina del Pdjaro Rojo - versi - 1925. 

CRITICA: 

Arturo Lagorio: Nosotros, Buenos Aires; Georges Pillement: La Rc- 
vue de l' Amériqne Latine, 1923, Parigi; Eugenio D’Ors, Barcelona, 
19x9; A. Torres Rioseco: Repertorio Americano; Marcelle Auclair: 
La Revue Europèenne; J. Aubry : Les Nouvelles Littéraires. 


! 3 6 


LODE DE LA STELLA MATTUTINA 


nitido il mattino. 

E t’espandi, serena, per i campi. 

Verso te vo per la pianura e canto, 
ne la gran solitudine, 
una canzon raccolta su le labbra 
de’ pastori. 

Fuso di bianchi lini 
per conocchia di fate. 

Falda di viva luce. 

Acqua battesimale. 

In calice argentato 
monticin di farina. 

Ostia pe’l sacrifìcio 
de l’alba. 

Oh, stella mattutina! 

Annunciatrice ! 

Tu che il giorno ridesti 
le palpebre tentandogli ne l’ombra, 
con me tu vai; 

cammini se cammino. 


Già carezzi il mio capo, 

già mi sento le tempie benedette 

dal fuoco tuo lustrale. 

In ogni goccia di rugiada splendi, 
ti vede il contadin moltiplicata 
in ogni fior che coglie. 

E ti vede ne l’occhio d’ogni fiera, 
e ti vede ne l’ala d’ogni insetto. 

Tepida annidi su la nuca ai tori 
che muggon ne la notte 
e maestosi chinan 
il collo verso te, giogo ineffabile! 

Saggi tori geometri, 

che parton co’l compasso de le corna 

segmenti d’orizzonte, 

e creano a la tua luce riti sacerdotali. 

Oh, lacrima purissima! 

Oh, lacrima suprema 
de la notte, che il manto 
ricoprirà del giorno. 


! 3 8 


Augelletto di fuoco 
in estasi vibrante: 

Qual’arca ti lanciò 
per i mari de l’ombra? 

Oh, stella mattutina! 

L imagin tua ne’ grandi fiumi brilla 
e ansiosa cerchi, senza mai trovarla, 
la stella addormentata, 

fuoco fatuo, 

fantasma di te stessa, 

che prigioniera sta, senza soffrire, 

nel carcere de l’acqua. 

Su Tacque, 

sospesa sta la tua lucerna, ed arde 
come fiamma ne Tatrio, e si prolunga 
su l’ampie superfici levigate. 

Oh, stella mattutina! dritto dardo infiammato 
che al cielo lancia 1 arco teso de l’orizzonte. 

Inizi già il sicuro movimento 
de la luce! 

Grande staffetta de’ corsieri prossimi 
che ascenderan silenti! 


l S9 


Ammansatrice de’ puledri ascosi 
che scaleranno il cielo! 

Marciano incontro a te! 

Van verso te gli umani, 

chè tu presiedi l’ascendente armata 

che loro attende 

e la annuncia trionfale 

la tua tromba, 

che altro non è che quella il cui riflesso 
obliquo si disegna nei pantani. 

Lode a te, bell’araldo! 

Già viene il Dio che annunci! 

Mandatore celeste del trombettier dorato! 

Van verso te gli umani, 
van verso te le piante, 
van verso te gli augelli. 

Ne l’imminenza del glorioso istante, 
salutiam la tua ascesa! 

E a te n’andremo incontro 
poiché la luce ne verrà di là. 

Oh, divino lucifero! 

Oh, Battista del Sole! 

(da « La colina del pajaro rojo ») 


140 


IL VENDEMMIATORE 


I. 

X Te la rustica pace de la sera, 

— ™ un contadino oscuro 
i grappoli coglieva de la vigna, 
al del tendendo i muscoli bronzini. 

Ne l’opra procedea tranquillamente, 
sino a esaurire gli opulenti frutti; 
prolungavasi l’ombra sua inquieta, 
opposta al lume del tramonto, enorme. 

Era un vendemmiator. 

Proseguì nel lavoro pien d’orgoglio 
con ieratico gesto, 

l’incanto del suo culto assaporando. 


Ma quando volle un grappolo riporre, 
il più bello e maturo, 
di cui reciso aveva già il picciuolo, 
si disse con dispetto: 


— Che bellezza di grappolo! Peccato! 
Lascerò che si secchi qui nel solco. 

Esso brulica tutto di formiche 

che lo percorron quai fiumane oscure. 

II. 

Ne la pace assoluta de la morte, 
un uomo forte e irsuto, 
reciderà, Vendemmiatore eterno, 
il mio cuor come un grappolo nascosto. 

Grappolo de l’amor de la bellezza, 
con chicchi grandi, turgidi di succhi, 
che, vendemmiato a tempo, avrebbe dato 
celesti vini d’armoniosi mondi! 

Però dirà il Vendemmiator : 

— Non serve! 
Vedete i dubbi che in brutal tumulto, 
nere formiche, corrono a migliaia 
le sue latebre, quai fiumane oscure! 


(da «E1 halconero astrai y otros cantos ») 


142 


ILDEFONSO PEREDA VALDÉS 


È di Tacuarembó, ove nacque nel 1899. 

È di padre spagnuolo e di madre uruguayana; uruguayam sono anche 

i nonni materni. . . . . n , TT 

I bisavoli materni erano anch’essi spagnuoh trasferitisi nell Uruguay 
nel 1770. Il bisavolo, Francesco Valdez, combatte per 1 Indipendenza del- 

l’Argentina e del Cile. . . . n • 

II Pereda Valdés è avvocato, professore di Letteratura all Università (Li- 
ceo Moderno), Console a Montevideo degli S. U. del Venezuela e direttore 
della rivista d’avanguardia La Cruz del Sur. 

Nel 1920 fondò la prima rivista letteraria d’avanguardia apparsa nel- 
l’Uruguay: Los Nuevos. 


OPERE: 

La casa iluminada - versi, con prefazione di Julio Cejador - 1920. 

El libro de la colegiala - versi - 1921. 

El acquerò - critica letteraria - 1925. 

La guitarra de los negros - versi - Buenos Aires - 1927. 

Antologia de la Moderna Poesia Urugmya, con prefazione di Jorge 
Luis Borges e note biografiche e bibliografiche dell’autore - 1927. 
Cinq po'emes nègres - versi tradotti in francese. - Ediz. de La Cruz 

del Sur - 1927. . „ . . . , 

Kaza Negra - poesie di negri - canti africani - canzoniere afio mon- 
tevideano - 1929. 


In preparazione : 

El sueno de Chaplin - racconti. 
Estudios literarios. 

Un libro di versi. 


COLLABORAZIONI : 

Sintesis, B. Aires; Caras y Caretas, B. Aires; Martin Fieno B. Aires; 
Caratala, B. Aires; Proa, B. Aires; La Cruz del Sur, Montevideo; 
Aliar Montevideo; La Piuma, Montevideo; Cartel, Montevideo; 1930, 
Avana; Revista do Brazil, Rio de Janeiro; Amauta, Lima; La Gaceta 
Literaria, Madrid. 


CRITICA: 


Alberto Zum Felde, in Proceso intele ctual... , voi. Ili; Carlos Ben- 
venuto, in Concreciones; E. Bustamante Ballivian, prefazione dell’o- 
pera Poetas del Brusii; Magda Portai, Messico, nelle Conferenze su El 
nuevo poema y su orientación; Max Deireux, Panorama de la Littéra- 
ture Hispan o-Américaine ; Guillermo de Torre, Literaturas Europeas 
de Vanguardia; Juan Mannello, Archìvos del Folclore Cubano; Carlos 
Mastronardi, nella rivista Sintesis, di Buenos Aires; Jorge Luis Borges, 
nella rivista Martin Fierro, di Buenos Aires; Cansinos Assens, in 
El Sol, di Madrid; E. Gimenez Caballero, in El Sol, di Madrid. 


T 45 


ir. 


Poeti della Terra Orientale. 







I TAMBURI DEI NEGRI 


T negri dai lunghi tamburi, 

dai rossi collari, dai capi piumati, 
dai labbri violenti, dagli occhi sensuali, 
riempion la citta d uno stridio africano. 

Borocoto, borocotò, borocotò, cias, cias. 

Borocotò, borocotò, borocotò, cias, cias. 

Musica de la selva in mezzo a la città! 

Allegria dei camiti da gli affilati denti! 

Un monarca da gioco va dispensando inchini 
con gravità solenne di pagliaccio africano. 
Borocoto, borocotò, borocotò, cias, cias. 

Borocoto, borocotò, borocotò, cias, cias. 

Il « candombe » (i) scialacqua colore 
sul tavolato di serpentine, 

sul quale i negri danzano al suono dei lor tamburi 
sino a rompere il timpano de la città. 

Borocotò, borocotò, borocotò, cias, cias. 

Borocotò, borocotò, borocotò, cias, cias. 


(i) Nome di un ballo africano importato a 
l'epoca coloniale. 


Montevideo dagli schiavi del- 


r 47 


Quando la città depone luci e colori 
e muore il carnevale appena imbianca il cielo, 
i negri si ritirano, e il mio cuor, eh e un tamburo, 
co’ battiti ripete sordamente, pazzamente . 
Borocotò, borocotò, borocotò, cias, cias. 

Borocotò, borocotò, borocotò, cias, cias. 


148 


CANTO A LA DONNA D’ACQUA E VENTO 


T'\onna di mare, donna di carne bruciata 
/ sovra le azzurre pupille de l’onda. 

Sirena di sette colori 

coronata di alghe, 

nell’uscir dal tuo letto di sali 

hai lasciato l’impronta del tuo corpo ne Tacque, 

mentre i pesci senz’occhi ti cercavano 

entro l’abisso, pieni di speranza, 

ed i gabbiani ebbri di sai, di vento, 

sovra la prateria de le spume 

incrociavano i voli. 

Ti sognai sì donna e forte 

bruciata di sole, baciata di mare, 

donna d’acqua e di vento, 

donna salata e sensuale, 

sapidi i seni di frutta, colmi di mare. 

Avevo visto il mare in te, pria di vedere il mare, 
perchè le onde de’ tuoi sorrisi 
apparivano e scomparivano su le tue labbra 
mentre il vento, senza timore, rompea le spume 
sovra il tuo corpo immobile in riposo. 


149 


Io ti sentii la suprema donna marina 
co’l tuo manto di stelle di mare. 

E quando sorgesti da l’acqua, 
sirena de’ miei sogni appagati, 
tu eri moltiplicata ne Tonde 
delle australi riviere. 


1 50 


ALICIA PORRO FREIRE 


E’ montevideana ed è ancor giovanissima. E’ figlia di padre italiano c 
di madre uruguayana di lontana origine spagnuola. E’ sposa da pochi mesi. 

È stata per lungo tempo corrispondente di Orientación di Buenos Aires; 
Elite e El Nuevo Diario del Venezuela; Savia dell’Equatore; Vertice di 
Porto Rico. 

OPERE: 

Savia Nueva - versi, 1925. 

Polen - versi, 2 a edizione, 1928. 

Èva - racconti e novelle, 1928. 

COLLABORAZIONI: 

Oltre le già indicate: Caras y Caretas, Nosotros, Critica, La Prema, 
Buenos Aires; La Revue de l'Amérique Latine, Parigi; Bianco y Negro, 
Madrid; Mirando vivir, Rosario di Santa Fé; Mando Uruguayo, Teseo, 
ed altre importanti pubblicazioni quotidiane e periodiche di Monte- 
video. 

CRITICA : 

Ariosto Gonzales: Imparcial, Montevideo; Rafael Luis Lopez: La 
Prensa, Buenos Aires; Luis M. Alvarez: La Nación, Cile; Alfredo Pa- 
lacios e Gabriel Picón: Nuevo Diario, Caracas; Gerardo Gallego: 
Equatore-, José Gabriel Cosio: El Comercio, Perù; Alejandro Andradc 
Coello: Equatore ; Mario Castellanos: Imparcial, Montevideo; Luis Al- 
berto Gulla: Conferenza, Montevideo; Andrea de Piedra Buena: Re- 
vista Literaria, Avana; Antonio Martin Magor: Cosmopolis, Huelva; 
Lina Terzi: Augustea, Roma; Saul de Navarro: O fornai, Rio de 
Janeiro, 


152 


L’INNO IMMORTALE 


uel che, a notte, eternamente scala il vertice del 



[cielo, 


quasi olimpica stoccata contro il petto del Mistero; 
quel che vibra lungamente; 
quel che scuote l’aere queto; 

quel che reca ne l’Olimpo la ragion d’ogni speranza; 
quel che turba, incontenibile, anche i petti più virili 
e l’udito de’ romiti, nel deserto, alto ossessiona; 
quel ch’è fiamma serpeggiante; 
e de’ ciechi è faro ardente 
e fa fremere le stelle 
e de’ venti intiepidisce l’ala enorme... 

La fatata melodia, che si spande, 

che raggiunge anche le alcove 

e calcina quetamente ogni bianco e breve sogno... 

Quel groviglio complicato 

d’infinite voci cupe, 

che le più potenti mani ossessiona come un incubo... 

Quella musica divina che la volta delle tenebre 
ha per vasto tempio eterno... 


*53 


(E la notte, venturosa, palpitando intensamente, 
sempre più s’amplia... si curva... 
per lasciarle tutta l’eco...) 

Quella mano de la Terra 

che a gli Dei, secoli fa, carpì il prìstino segreto, 
quella musica notturna così eterna come il Tempo, 
ne la scala de’ pianeti, 

è il divino Inno de’ Baci!... 


(da « Polcn 


UN GIORNO... 


* I ’i prenderò la mano e ti dirò : « Su, andiamo, 
son pronta a andar più in là... ! 
attraverso gli abissi, oltre l’alte montagne 
vagherem senza bussola nè fin... » 

Ripeterò: « Su andiamo! » con voce rauca e tragica, 
la voce di chi ha in cuore un’atroce ansietà... 
Ritroverai il tuo orgoglio... Sarò nel tuo destino 
come una gran tempesta che scoppiasse sul mar! 


(ivi) 


J 


*55 


IL PASSO 


/^vh, già conosco il gusto di tutte le vivande 
senza averle provate, 

e so la magia somma de’ cieli de l’Oriente, 
ma non ho mai viaggiato.... 

(Questo vivere in fretta, senza mai uno stupore!...) 

Gli occhi miei tutto han visto... 

tutto ho gustato, tutto, non so quando nè come... 

Quest’anima è passata 

sotto i cieli più vari... oltre tutte le cime... 

su tutti i mari ignoti ha veleggiato... 

Sa tutte le grandezze e tutte le miserie : 
vide abissi insondabili, vide navi di sogno... 
rocce fiorite, vide... e soli agonizzanti... 
epperò de la vita non può un gesto stupirla... 

Oh... Sognamo... sognamol... 

ed è un passo tremendo che diamo...!. 


(ivi) 


156 


ELBIO PRUNEL ALZAIBAR 


È di Mercedes ed ha trentanni. L’unico sui libro è Raiz Honda premiato 
nel iq27 dal Ministero della Pubblica Istruzione. 


! 5 8 


UOMO 


T Tomo, 

^ ne la natura affonda le radici, 
interpretane i sensi più profondi ed oscuri 
ed avrai l’armonia de la tua forza. 

Vanne al mare e comprendi l’unità de le acque 
partite sulle rocce e unite sulle spiagge; 
e salta come l’onda, rompila con il petto, 
ti si gonfin le vene come l’onda marina, 
ti s incrostino a piedi baluardi di scogliere. 

E vanne a la montagna, 

solleva la materia con i muscoli, 

sali su pe gradini de le rocce più ardite, 

e inalbera sul culmine l’airone del tuo corpo 

pur se tornar tu debba 

col monte sovra gli omeri... 

Uomo! 

Vanne pe campi, abbronza al sole il corpo, 
la tua carne sveltisci ne la corsa 
e bevi l’infinito con il vento, 
l’istinto affila al selce de la freccia 
e apprendi a sempre dominar la vita; 
però vanne fra i campi e senti ne la stiva 
il tremor de la terra 


'59 


. — vergin sacrificata, deflorata dal ferro 
l’ala fonda del vomero, 

l’ala suprema aperta sovra un pugno di grano, 

ed i buoi fatti grevi di tristezza, 

e i gioghi posti in croce su le nuche, 

ed i solchi neri di dolore 

e la santità de la Madre Natura!... 

Vanne ne’ boschi : salta, corri, sali, 
cacciati nel groviglio de le siepi 
e torna con il corpo maculato di sangue 
come se il « ceibo » avesse 
fiorito ne la carne; 

le tue stanchezze bagna là fra l’ombre piu fresche 
de le materne piante inchiodate a la terra 
sempre immobili e con l’ali piegate!... 

Vanne al bosco a sentire il dolor d’esser albero, 
di star sempre inchiodato ne la terra 
protendendo quei rami imploranti 
quale un popol di mani invocanti gli spazi. 

Uomo! 

Sotto la verde cupola de l’albero 
rendi il tuo culto a la Madre Natura, 
interpretane i sensi più profondi 
ed avrai l’armonia della tua forza. 

(da « Raiz Honda ») 
160 


CARLO REYLES 


12. - Poeti della Terra Orientale. 


Nato a Montevideo il 30 Novembre 1868, compì i suoi studi nel Colegio 
Hispano Uruguayo e nell’Università (Liceo Moderno) della citta natale 
Ha viaggiato costantemente attraverso l’Europa e 1 America, ed ha attra- 
versato l’Atlantico una quarantina di volte. 

Le sue attività si son sempre divise tra la Letteratura ed 1 grandi alle- 
vamenti di bestiame. 


OPERE PUBBLICATE: 

Por la Vida - romanzo - 1888. 

Beba - romanzo - 1894. 

Las Academias Prìmitivas - 1896. 

El extrano - 1897. 

Sueno de rapina - 1898. 

La Raza de Caln - romanzo - 1900. 

La Muerte del Cisne - filosofia - 1910. 

El Terrario - romanzo - 1916. 

Dialogos Olimpicos - filosofia - 1918. 

El Embrujo de Sevilla - romanzo - 1922. 

In preparazione: 

Dialogos Olimpicos - III parte. 

A batalla de amor, campo de plumas - romanzo. 

El Gaucho Florido - romanzo. 

Cogito, ergo sum - autobiografia. 

COLLABORAZIONI: 

Sono sparse nelle migliori riviste e nei principali giornali di lingua 
spagnuola. 

CRITICA: 

Miguel de Unamuno, Rafael Altamira, Perez de Ayala, Clarin, Juan 
Vaierà, Emilia Pardo Bazàn, Azorin, Leopoldo Lugones, José Ingeme- 
ros, José Enrique Rodò, V. Perez Petit, Eduardo Ferreyra, Lauxar, 
Villagràn Bustamante, Samuel Blixen, Horacio Maldonado, Alberto 
Lasplaces, Juan Claro, Max Nordau, Abel Doisié, Luis Bertrand, Gip, 
Georges Pillement, Antonio Zary, Alberto Zum Felde, Gustavo Gal- 


162 


linai, Octavio Ramirez, Torres Grané: La Nouvelle Revue Franose; 
Frutice- Amérique , la Nación, B. A.; La Prema, B. A.; La Razón, 
B. A.; El Liberal, Madrid; El posibilista, Sevilla; El Noticiario Se- 
villano, La Espana Moderna, B. A.; La Correspondencia de Espana, 
Madrid; Clarté, Paris; Imparcial, El Dia, Diario del Piata, La Ra- 
zon, El Siglo, La Manana, El Ideal, El Diario, Montevideo; G. Alo- 
mar, La Piuma, Madrid; Cruz Conde, Diaz Molerò, Manuel Gal- 
vez, Enrique Larreta, Carlos Rey de Castro, Javier de Viana, Fran- 
cisco Sosa, Raul Monterò Bustamante, Ventura Garda Calderón, 
Julio Merrera y Reissig, F. de Miomandre, La Nota, B. A.; Ruben 
Dario, Le Figaro, Foi et Vie, M. A. Leblond; Le Tirse, Henri- 
Mazzel, Jules de Gaultiers, Henri Soarez, Paul Souday, La Gazette 
de Lausanne, Larousse Memuel, New-Yor\ Herald, Raymond Co- 
gnat; La Petite lllustratìon , Marcel Lesvignes; Les Sagitteurs, Max 
Daireaux, etc. 


i6 3 



in dove arrivava la vista, non si scorgeva un paesello, 



^ un albero. I campi s’ondulavano soavemente, rin- 
verditi dalle feconde piogge della feconda primavera. 
Solamente laggiù, lontano lontano, rompeva la mono- 
tona regolarità del paesaggio un poggio vigoroso, sul 
quale il verde risplendeva con il fulgor dei diamanti del 
Brasile, mutando a tratti di tono, facendosi più cupo o 
più chiaro e luminoso, passando dalle tinte limpide del- 
lo smeraldo al verde lattiginoso dei cardi, all’anemico 
verde del « caraguatà », ai verdi cangianti del colibrì. 
Tra gli opulenti « camalotes » (i) s’intravvedeva l’ar- 
gento brunito di un ruscello. 

Quando l’opacità di una nube velava il sole, il pog- 
gio e la pianura s’illanguidivano : il verde brillante di- 
veniva opaco e sudicio come la scorza di un popone, e 
l’argento brunito si convertiva in argento ossidato; ma 

(i ) Eichornia speciosa - pianta acquatica, i cui viluppi formano veri e 
propri isolotti galleggianti capaci di sopportare il peso di una belva o di 


un uomo. 


165 


non appena l’astro maggiore tornava a risplendere, tut- 
to riappariva allo sguardo come attraverso a un finis- 
simo pulviscolo d’oro. 

Primitivo, assorto nella contemplazione di quel qua- 
dro vivo, provava emozioni cosi pure ed intense che pa- 
reva accrescessero la salute della sua anima e del suo 
corpo e dilatassero la sua vita oltre i limiti della vita. 


(da « E1 Terrario ») 


166 


GIUSEPPE ENRICO RODO’ 


Nacque a Montevideo nel 1872. compagni la 

s 'A-. 

prestigio anche fuori deU Uruguay. ^ medie . ma 

finf^ V abb"rle m non volendo, egli, pubblicista, sottoporsi ad esami 
che considerava umilianti per il SU0 J. m ° r S^lètteraria due dei quali 

«> ** 2* 

"nZ,»™ ‘“ dio “ Bnbin 

Fu deputato per varie legislature, (1902-1904 e 1908.1913), P<= ro non 

innT uiiScLrirrì-intolleranza anti- 
criSna , 9 Jevalente allora nella vita pubblica e riunì i suoi articoli in 

«- * 

“'1910, fu con il Zorilla de San Martin a rappresentare l'Uruguay 
nel Cile durante le feste centenarie di quella Repubblica. 

Nel im 3 pubblicò l'ultima sua opera, El Mirador de Prospero 

Gli ultimi anni di Rodò sono caratterizzati dalla sfiducia e dall ab- 
battimento L’avvenire del suo paese, dominato da una politica che egli 
reputava malsana, e quello dell’Umanità, ch’era stata d 

ktmerra son per lui ragioni di sfiducia, di amarezza, di disperazione. 

La tragedia spirituale degli ultimi anni di questo pensatore e Poeta 1- 
corda un°poco, P a noi italiani, qudla degli ultimi anni di Giu.ppe M- 
Zini. Insoddisfatto, inquieto, combattuto da ne ™ c ‘ X Tl 

l’ incarico di corrispondente dall’Europa, che Caras y Caretas gli 
fre; e si allontana da quella sua terra che ha tanto a ™“; ’ C "in 

drà mai più Viaggia attraverso il Portogallo, la Spagna, 1 Ita a, ed 1 
Italia muore povero, solo, quasi dimenticato, in un umile letto dell ospedale 
di Sakrno nd 1917. I suoi resti, tratti dall’Italia or son pochi anni, ri- 
posano oggi nel Pantheon Nazionale, oggetto di venerazione per 1 con- 
cittadini di tutte le fedi. 


CRITICA: 


V Perez Petit: Rodò; Gustavo Gallinai: Rodò; Gonzalo Saldum- 
bide: José Enrique Rodò; Max Henriquez Urena: Rodo y Ruben 
Darlo; V. Garcìa Calderón: Semblanzas de America; Barbagelata. 
Rodò y sus hijos. 


l68 


[L MONACO TEOTIMO 


on v’è forse mai stato anacoreta che abbia vissuto in 



-h ^ un romitorio più selvaggio di quello scelto da Teo- 
timo, monaco penitente, fra certe cime più adatte alle 
aquile che ai penitenti. Egli, dopo il piacere e la gloria, 
aveva provato l’amaro del mondo. La sua conversione 
si doveva al dolore; epperciò aveva cercato un rifugio 
alto, ben alto, sul vano agitarsi de gli uomini; e lo 
aveva eletto colà dove la montagna era più dura, più 
arida la roccia, più triste la solitudine. Cime nude e fer- 
rigne rinserravano 1’ orizzonte entro un breve anello. 
Era, il suolo, quale una gigantesca spalla nuda : in esso 
non alberi, non un modesto cespuglio, nulla. Di tratto 
in tratto, in una qualche sporgenza della roccia, una 
cavità s’apriva come una nera ferita; e in una di esse 
trovò ricovero Teotimo. 

Tutto era immobile, morto sin dove arrivava lo sguar- 
do; tutto, meno un torrente, le cui povere acque pre- 
cipitavan giù per un angusto letto, quasi pianto che 
scorresse giù per un ruga de la roccia, e le aquile, che 
solevano incrociare il volo tra le cime. 

In questa spaventosa solitudine inchiodò Teotimo 
l’anima sua, come l’ultimo lembo di una bandiera la- 


169 


cerata fra i combattimenti del mondo, perche Iddio la 
nettasse dal sangue e dal fango. E ben presto, quasi 
senza lotte contro la tentazione e contro le nostalgie, 
la grazia venne a lui, cosi come scende il sonno sul 
corpo vinto da la stanchezza. Egli riuscì ad immergere 
intero il petto ne l’amore di Dio; e di pari passo con 
il crescere di questo amore, un sentimento intenso, lu- 
cido, de la miseria umana si concretava in lui, cristal- 
lizzandosi in un diamante di grazia : la piu assoluta e 
dolorosa umiltà. De le cento maschere del peccato, la 
superbia egli aborrì più di tutte : la superbia, che, per 
esser nel tempo prima di tutte, piuttosto che una ma- 
schera parve a lui il volto vero del peccato. E su la roc- 
ca brulla e desolata, di fronte al maestoso silenzio de le 
cime, visse Teotimo senz’altro pensiero all’infuori di 
quello de l’unica grandezza, ascondentesi là, oltre quel- 
la volta celeste che egli vedeva solo in minima parte, 
e de la propria piccolezza e indegnità. 

E passarono gli anni: lunghi anni, durante i quali 
la coscienza di Teotimo rifletté, de l’anima sua, solo 
imagini di abbattimento e di penitenza. Se alcun dub- 
bio, a volte, su la costanza della propria umile pietà, 
amareggiò l’anacoreta, esso nacque da 1 estremo de la 
sua stessa umiltà. 

Una condizione, Teotimo, aveva posto al suo voto: 


170 


quella di recarsi, una volta trascorso un certo tempo 
in solitudine, a visitar la tomba dei genitori, per poi tor- 
nare a la sua tebaide per sempre. E, arrivato il giorno, 
egli si pose in cammino per la valle più prossima. 

La montagna perdeva, a le falde, parte de la sua ari- 
dità, e qualche cespo, lasciato indietro da una vegeta- 
zione più copiosa, interrompeva la nudità del suolo. 
Presso 1 un d essi sostò Teotimo a riposare. Da quanti 
anni i suoi occhi non si posavan su un fiore, su un ra- 
mo, su nulla di ciò che compone l’allegro, copioso 
manto pendente da gli omeri del Mondo?... Guardò ai 
suoi piedi, e vide un bianco fiorellino spuntato su uno 
stelo steso su l’erba, tremulo, quasi timoroso sotto il 
bacio de l’aura. Aveva una grazia soave, timida, senza 
bellezza, senza profumo... Teotimo badò ad esso senza 
volerlo e si pose a contemplarlo con tranquillo diletto. 
Avvenne, però, che, mentre rilevava la semplice armo- 
nia di quei petali bianchi, il ritmo di quei movimenti, 
la grazia di quella debolezza, una subita idea nascesse 
da la contemplazione del romito: anche quel tenero 
fiorellino curava, il cielo! Anche a quel fiore destinava 
un raggio del suo amore, de la sua compiacenza per 
l’opera che vedeva buona!... E non era, questa idea, 
grata, affettuosa, dolcemente commossa in lui, così co- 
me forse fu in noi. Era amara, e destava entro il di lui 


petto qualcosa come un’esitante ribellione. Su la sua 
rocca nuda e desolata, mai aveva annebbiato la sua 
umiltà un pensiero come quello che ora lo inquietava. 
Tutto l’amore di Dio non era allora per Tanima de 
l’uomo? Non era, il mondo, il deserto sovra il quale, 
unico fiore, fiore di spinoso cardo, schiudevasi l’anima 
umana, cosciente di non meritar la luce del cielo e pur 
sola a goderne il beneficio? 

Invano Teotimo lottò per distrarre gli occhi de l’a- 
nima da l’ostinato pensiero. Quasi una tenace perse- 
cuzione lo spingesse verso la chiarezza de la sua coscien- 
za, quel pensiero tornava ad affacciarvisi. E, dietro di 
lui, sentiva, il solitario, sorgere dal fondo de l’essere 
un ruggito sempre più prossimo... un ruggito sempre 
più sinistro... un ruggito a lui ben noto, scaturente da 
fauci ch’egli aveva creduto ornai mortalmente inaridite 
ne l’anima sua. Un sol fiore, bastò un sol fiore, e il 
mostro occulto, la superbia in agguato dietro l’illusione 
de l’umiltà, lasciò travolgente il suo covo... E, sotto 
l’allegra bontà del mattino, mentre un raggio di sole 
baciava il suo petto, Teotimo, torvo, irato, posò il piede 
sovra il fiore indifeso.... 


(da « Motivos de Proteo ») 


172 


CARLO ROXLO 


Nacque a Montevideo nel 1860, e fu educato a Barcellona. Rientrato in 
Patria ancor molto giovane, prese parte attivissima alla lotta politica. Fu 
direttore di parecchi giornali nazionalisti, deputato, costituente, profes- 
sore di letteratura nell’Università (Liceo Moderno), trovando modo, mal- 
grado le numerose occupazioni, di scrivere una grande quantità di volumi. 
Si suicidò nel 1927. 

OPERE : 

Veladas Poeticas, 1878; Bocetos, narraciones fantàsticas, 1879; Estrellas 
fugaces, 1885; Fuegos fatuos, 1887; Compendio de estética, 1888; 
Estudios historicos aperca de la poesia lirica, 1889; Le equidad en el 
voto, 1898; Soledades, 1902; Armonias crepusculares , 1902; Cantos 
de la tierra, 1902 e 1914; Luces y sombras, 1905; El sitio de Mon- 
tevideo y la guerra del Paraguay, 1907; Glorias de America, 1910;- 
Flores de ceibo, 1910; Carso de estética, 1910; Los poetas del Rena- 
cimiento, 1911; Historia critica de la literatura uruguayana, 1911. 

Il Roxlo lasciò inoltre un volume contenente quattro drammi, pub- 
blicato nel 1915. 


*74 


ANDREUCCIO 


Qi chiamava Andreuccio e non aveva, 

^ certo, più di dieci anni. La sua infanzia 
fu una penombra dolorosa e triste: 
l’albeggiare d’un giorno di burrasca, 
un passaggio di Dante! Una tragedia 
nascosta nel sacchetto d’una larva! 

Orfano da l’istante in cui s’apriron 
i suoi occhi alla luce, da straniere 
mani sottratto al fango del suburbio. 
Figlio dell’ubriachezza e de l’infamia, 
fra colpi crebbe e fra le ingiurie, solo, 
senza udire giammai quelle parole 
che sono un poco i salmi de la cuna 
e che le madri vere hanno sul labbro. 
Crebbe in un antro, e presso un focolare 
freddo soffrì la fame; 
e, appena seppe andar, le sue manine 
— le sue manine rigide pe’l gelo — 
offrirono tremando al viandante, 
in ordine alternate, 
le linee nere con le linee bianche. 


Una notte d’inverno, triste e fredda 
— notte di pioggia, sepolcrale e opaca 
Dreuccio, infermo, però quasi allegro, 
senza giornali già, va per la piazza 
pregustando il conforto de la cena 
e il calor del suo duro pagliericcio. 

Non crede lo percuotano: ha venduto 
tutti i giornali e, nonostante sia 
spossato e con la febbre, solo il freddo 
de la piovosa notte lo spaventa. 

A un tratto, ode un singhiozzo : è una piccina 
orfana come lui, relitto anch essa 
del fango e de la notte, e sua compagna 
di lavoro e di giochi : — Che t accade ? 

Che hai dunque? — Le domanda. Sospirando 
dice la bimba pallida: 

Non ho venduto ancor tutti i giornali! 

— Percuotono anche te, povera Paola? 

Mi percuotono, si, senza pietà, 

la bella bimba esclama. 

Quante copie ti restano? — egli chiede. 

Otto — risponde la piccina. O quanta 

compassion de l’insetto verso l’atomo! 
Andreuccio, infelice, china il capo, 
compra gli otto giornali e si riavvia 


176 


per la strada che porta al suo tugurio 

calcolando le busse che lo attendono, 

piena d’angoscia Fanima, 

mentre che, ginocchioni ne la notte, 

sovra le nubi scure, 

la madre de la bimba derelitta 

piange di gratitudine e di pena. 

Giunge Andrea al suo tugurio. In un cantone 
adocchia il magro ed umido giaciglio 
e, in un povero piatto presso al fuoco, 
il fumo de la zuppa. 

■ — Se ti resta un sol numero, va via! — 
la donna grida. — Ma la notte è brutta 
e non passa nessuno! Son malato! — 
il fanciullo balbetta, con la strozza 
già gonfia di singulti. — Passa via! 

A dormir ne le panche de la piazza! 

A cenar con i cani vagabondi! — 
risponde la megera; e con la rabbia 
che de la compassion strozza la voce, 
lascia il bimbo e la notte faccia a faccia. 

Di che il bimbo e la notte conversarono 
è nel mistero ancora. Forse Fanima 


13 . - Poeti della Terra Orientale. 


de la povera madre intenerita 
sovra il fanciullo tese l’ali lievi. 

Certo è però che, a lo spuntar del giorno, 

gli ortolani che entravano 

ne la città, guidando, sonnolenti, 

con mano fiacca le carrette tarde, 

lo videro, stupiti, 

su la lurida soglia de la casa, 

rigido, immobil, turchiniccio, morto, 

nel confuso chiarore de l’aurora. 


CARLO SABAT ERCASTY 


È di Montevideo ed è ancor giovane, se pur non giovanissimo. Ha 
sempre vissuto nella città natale — ove pure percorse gli studi medi — 
salvo una breve parentesi bonaerense. Fu per parecchi anni impiegato nella 
pubblica amministrazione, e per sette anni redattore di diversi giornali. 
Collaborò e collabora alle principali riviste letterarie americane. Attual- 
mente, insegna letteratura universale nelle Scuole secondarie e nella Scuola 
Normale Femminile. È un lavoratore indefesso, possiede una cultura let- 
teraria vastissima, è ammiratore incondizionato dei nostri classici, dei 
quali ha vasta e profonda conoscenza. Più che vigoroso, atletico, è una 
delle figure più caratteristiche della repubblica letteraria dell’Uruguay. 
Cosa che non guasta, è un eccellente tiratore di fioretto e di carabina. 
Caso raro fra letterati, poeti, artisti in generale, il veleno delle cridchc e 
le ingiustizie non han potuto alterare il suo ottimismo e la generosità. 
Appartiene a famiglia spagnola. 


OPERE: 

Pantheos - versi 

Poemas del Hombrc : Libro de la Voluntad, Libro del Corazón, 
Libro del Tiempo, Libro del Mar, Libro del Amor (5 volumi di versi). 
Egloga 5 y Poemas Marinos - versi. 

El Vuelo de la Noche - versi. 

Los Juegos de la Frente - prosa poetica. 

Los Adioses - sonetti. 

È autore, inoltre, di una notevole quantità di conferenze di sog- 
getto letterario. 

CRITICA: 

Farinelli, La Nuova Antologia, 1929; Juan Parra del Riego, Teseo 
(Montevideo); Luisa Luisi, A través de libros y autor es; Texeira de 
Pascoae, A guia (Porto); Adriano del Valle, rivista Alfar ; Nicola 
Fusco Sansone, El Camino, N. 1; Alberto Zum Felde, El Dia; Luisa 
Luisi, Nuestra America. 


180 


SONETTO XXIII 


■pvivina geometria del giglio e de la rosa 

e perfetta montagna da l’ampia architettura, 
ed armonia del cielo, e celeste scultura 
del cigno, e d’ali e d’elitre bellezza luminosa. 

Albero retto, spiaggia curva, onda sinuosa, 
e sfera cristallina de l’occhio, e fronte pura : 
orizzontai del piede, flessuosa cintura, 
ritmica simmetria, euritmia prodigiosa. 

L’eccelsa idea del numero, d’invisibil potenza, 
forma il nerbo profondo de l’Universo intero. 
Immortalmente diafano, sei la suprema essenza 

de l’Essere insondabile, dell’Uno veritiero, 
o numero di musica, o spirito primiero, 
cifra fecondatrice d’una irraggiunta scienza! 


(da « Los Adioscs ») 


181 


IL CANTO DEI MONDI 


O nde dense di musica in questa notte immensa ! 

— Chi dette il misterioso, sottile udito a l’ani- 
Onde dense di musica echeggiante ne l’ombra [ma? — 
da le stelle trafitta profondissime e sacre. 

Onde dense di musica, flutti d’acqua invisibile, 
che sempre uguali vengono a morir su le spiagge, 
e s’incurvan, spargendo la musica marina 
col fiore de la spuma sovra l’arena bianca. 

Onde dense di musica... L’immenso oceano oscuro 
va, instancabil, ne l’ombra profonda e costellata 
d’armoniosi mondi, verso la notte altissima; 
e, con onde di musica, fronte a l’abisso, canta. 

S’ascolteranno i mondi? Si parleran le stelle? 

I canti che, ineffabili, mi penetran lo spirito, 
mi verran, ne la notte crivellata di stelle, 
da mari ignoti d’onde e d’armonie piu eccelse ? 

Tra gli scogli adagiato, dimentico di tutti, 
son preso follemente dal mistero de Tonde, 
di quest’onde armoniose, di questi grandi oceani 
che sfiorali con la musica gli abissi de lo spirito! 


182 


Tutto si fa più fondo, qui, sovra queste pietre, 
presso questi ebbri flutti che alle coste s’abbracciano 
e cantano sul margine di questi scogli neri 
e fra le arene d’astri de le celesti spiagge. 


Sì, che i mondi si parlano. Da queste pietre fonde 
s’elevano a le stelle misteriose parole. 

Le sento nel torrente di fuoco de la fronte 
e lungi, sovra i margini divini del mio spirito. 

E son la notte e il mondo e l’uomo, che s’ascoltano. 
E son la terra, gli astri, le fronti, che si parlano. 

È Dio, tutto di musica, là, fra Fonde celesti, 
che di lui tutti penetra e tutti a lui ci serra. 

Sento altissimi cori che c’infiammano l’anima, 
sento elevarsi Fonde di musiche santissime, 
sento cantar la notte e sento amarsi i mondi, 
sento nuovi fratelli in stelle misteriose. 

Sento fiumi di musica percorrere gli abissi, 
e vedo, sino in fondo, con lo sguardo postremo, 
vedo razze divine di creature ne gli astri 
che rotano ne l’ombra de la notte incantata. 


183 


Oh, potessi, in quest’ora in cui varcai i confini 
del mondo misterioso in cui ciechi viviamo, 
a me stringere tutti gli uomini de la Terra 
e portarli a l’altezza de l’anima mia ardente! 

Giungerebbero allora a l’incanto celeste, 
sino ad aprir l’abisso a l’ansietà più pure; 
recherebbero il grido de l’amor più divino 
a tutti gli altri mondi ed a l’anime tutte. 

(da « E1 Vuelo de la Noche ») 


184 


SONETTO VI 


"pastor di tedi e di malinconia 
su prati di silenzio, la mia vita 
va, ogni giorno più occulta e più sfinita, 
obliosa di febbri e di follìa. 

Pastor d’autunni, ch’algono per via 
sovra i campi de l’Io, a la dipartita 
di quella gioventù già sì fiorita 
e ch’ornai il suo sognare quasi oblia. 

Ieri, pastor di voglie irraggiungibili 
sovra i monti di Dio, ne l’aria pura, 
ad altezze fantastiche, impossibili, 

pastor d’esaltazioni e di vittorie; 
oggi, prigione dentro quattro mura, 
nulla più che pastor d’alte memorie. 


(da « Los Adioses ») 


185 


PRIMAVERA DEL MARE 


V iolento mezzogiorno tutto di forze fertili 

ne la luce, che il sole nel mar, ne l’onda immerge. 
Ritto ti miro, ed ho la vita tutta 
concentrata ne gli occhi, dominata da l’ansia, 
con le pupille pronte e lo spirito teso. 

Che agilità di luce, che fluidezza d’onda, 
che miracolo l’acqua, e l’azzurro, e le fiamme ! 

Posso guardar lontano sì come i marinai, 
e, immerso dentro Tacque, divenir sale e spuma, 
toccare il fondo verde, esser distanza azzurra!... 

Le pupille son gocce de l’oceano, 
e con lo sguardo seguo cammini ad esse noti! 

Van lunghe teorie d’elastici pesci 

e danzando musiche marine 

saltano per toccar la luce d’oro 

con il corpo impregnato d’argento, azzurro e sale. 

È una dolce stagion che rinverdisce, 
con il mio cuore, il mondo. 

Il vento abbraccia 

i profumi cadenti de l’amore e de’l cielo. 


186 


Sovra l’isole nere, volan bianchi gli uccelli, 

0 seguendo i cammini che conducano a’ porti 
o, amorosi, cercandosi in un liquido letto. 

Io sto su la mia roccia, e nel mio cuore un canto 
va formandosi, in ritmi profondi e fiammeggianti, 
quasi respiro fondo de’ polmoni de lanima. 

Mar de le primavere, mar delicato e forte! 

Io sto tra la tua forza e la tua musica 

ed un inno in me s’amplia 

con apparenze d’onda, o di vento, o di pietra. 

Su la mia fronte pura 

danza lo spirito ondulante e lieve. 

È l’albero del sangue che s’è infiammato a un tratto. 

È santa primavera che rinverdisce 
con il mio cuore il mondo. 

1 pini cantan come uomini; 
sotto l’ombre lor dolci 

i giardini in amore, imbevuti di rose, 
come femmine ridono. 

Da la radice a’1 frutto, tutto si fa più vivo, 

e l’albero, sì placido e profondo, 

inchina a destra e a manca la chioma inebriata. 


187 


Questa stessa pietra bolle 
per non so che di petto femminino. 

Mezzodì de la luce e de l’amore! 

Le cose verticali son quasi prive d ombra. 
L’azzurro dà vertigini. 

Le arene fiammeggianti abbagliano ed accecano. 
L’aria tepida culla gli aromi de la vita. 

Il mare è verde perchè cela un bosco. 

I flutti si rincorrono a coppie: 
questo che giunge abbraccia e addenta 
quello che si sdraiò sovra l’arena : 
ed ha nervi di coscia l’agile suo solletico. 

Ah, questo cielo azzurro su’l mar forte, 
sì attillato, sì fermo, sì perfetto, 
con il sole virile, come un sesso, ne’l centro! 
Ricorda, il suo splendore, il toro ed il leone; 
la sua altezza potente e pur semplice, l’aquila!... 
Nitido è l’orizzonte, da quest’aspera roccia. 

Giro lo sguardo assorto 

ed il suo anello annoda il serpente lontano. 

La sua testa di fuoco e di smeraldo 
riposa su’l zaffiro nervoso de la coda. 

Non son così le cose più profonde? 

È santa primavera che rinverdisce 


188 


con il mio cuore il mondo. 

10 posso veder tutto da questa eccelsa rocca. 

Le teorie di pesci 

ancora intreccian le amorose danze. 

Oh, quale strana ebbrezza in quei corpi translucidi! 
Che amor primaverile in quest’ onde ondulate 
e che letto profondo! 

11 sole, il sai, la luce! 

E gli ampi passeggi ne le profondità! 

E l’acqua femminina, e il colore filtrato! 

E il sol mutato in luna, su le selve marine ! 

E il velo delicato su gli amori de’l fondo! 

E le file di pesci perdute ne le grotte 

più turchine de’l mondo, 

fra i liquidi silenzi, presso il cuore de l’astro! 

E quegli occhi rotondi, che vedon dentro un’acqua 
sì abissale, sì densa, dove nulla si muove 
oltre le strane file di vite ebbre d’amore!... 

Per ogni banda è libero il cammino! 

Van formando, i coralli e le madrepore 
grand’isole d’amore! 

La morte in fondo, la vita in alto, 
e l’impulso infinito de gli esseri invisibili, 
tutta la primavera tra que’ pori sì fini, 


189 


tra forme impercettibili che s’abbracciano e stringono 
e l’opra loro innalzano sino a toccar la luce! 

Che uguaglianza di brame entro i corpi diversi ! 
Ne la mia carne v’è del marino che tutto sente. 
Tocca il mio mondo i mondi tutti! 

Mar de le primavere, mar delicato e forte! 

Io posso veder tutto da questa eccelsa rocca. 

È il mio spirito il gioco misterioso d’un Dio. 

Come penetra Tacque — e come arriva al fondo! 
Con quante vite vivo! 

Ah, tu freddo non sei, mar, tu freddo non sei! 

Anche tu godi 

la soave e odorosa primavera 

e i dolci stiramenti che seguono gli inverni! 

Quanti occhi penetranti e tondi che si cercano! 

E quante isole fonde, vestite di molluschi 
e drappeggiate d’alghe, affioranti da 1 onde ! 

E che spessi tappeti soavemente vivi 
su cui la luce sdoppiasi in colori sottili! 

E che desìo profondo di bellezza e di grazia 
ne le sommerse selve de la fiora marina! 

Passan grandi correnti e amorosi tremori 
che percorrono un mondo delicato e fragrante; 


190 


dolci forze vitali vibrano in tutti i germi 
sotto le semoventi masse pure de l’acqua. 

Ah, tu freddo non sei, mar, tu freddo noi sei! 
Le tue viscere azzurre e il sangue di smeraldo 
bollono sotto i soli, ardon sotto le lune, 
fosforeggiano, ardenti, elettrizzate ed ebbre, 
nel turbine fantastico di milioni di copule. 

Le alghe crescono, cantano l’isole, 
grandi banchi di pesci migratori si spostano 
verso zone più calde. 

Il muschio cerca rocce per la sua vita 
e la sofficità sua delicata morde 
tutte le pietre. 

Ah, tu freddo non sei, mar, tu freddo non sei ! 
Anche tu godi 

la soave e odorosa primavera 
e i dolci stiramenti che seguono gli inverni! 

E come attendon la stagion de’l sole 
le piante lente e i pesci rapidi, 
le selve profonde di sargassi e d’alghe 
e le tue stelle vive! 

Come l’attendon, mar, come l’attendono, 
da’l fondo de’l lor sonno, 
le valve misteriose de’ soavi molluschi 
che celan quella carne quasi liquida 


sì gustosa di sale, 

da’l finissimo gusto d’onda viva, 

da l’aroma di spiaggia e di scogliera! 

Come l’attendon, mar, tutte le coste, 
ricoperte, ondeggianti di conchiglie marine, 
con quell’odor salato d’ostriche e di telline, 
là dove il granchio, di color d’uligine 
dà un simbolico senso a questa vita misera! 

Mar, 

mar vitale, 
mare ardente, 

mare da le amorose stagioni! 

Le asterie sfolgoranti, 
le meduse fosforescenti, 
le torpedini elettriche, 
le nottiluche arancioni e rossicce, 
le selve d’alghe sfolgoranti e lucide 
illuminan di fuochi amorosi le acque 
sino a incendiare in alto e risole e le onde, 
o costellano il fondo di cieli misteriosi. 

È luce, mare, è luce! 

Di tanti esseri ebbri, di tante forme morte, 
di tanto agili sali, di tanto tempo fertile, 
l’acqua tua è tutta vita, e luce, e amore, e fuoco 1 


192 


Ah, tu freddo non sei, mar, tu freddo non sei ! 
Anche tu godi 

la soave e odorosa primavera 
e i dolci stiramenti che seguono gli inverni! 

È il circolo, l’idea stessa di Dio! 
S’abbandonano, Tonde, al lor destino 
sino a morire. 

Come giovani arrivano 

con la fretta radiante da le fronti desiose. 

La costa è un’officina; 
tutto è vita e ansimare. 

Le acque immense, attive, laboriose, 
agili di sale, elastiche di luce, 
pesan su fondi d’ascendenti ulìgini. 

Tendo l’udito, là, 

con una vaga sete di creatrici musiche; 
e ascolto un canto sempre più profondo. 

Ah, mio mare amoroso e fecondissimo! 

Chiuso da le tue coste, 

come s’ammira il tuo profondo seno, 

la tua massa instancabile, fertile e traboccante! 

Onde verdi e vivaci fan vibrare i miei nervi, 

e sono il mare io stesso, ansimante, desioso, 


14 . - Poeti della Terra Orientale. 


son l’acqua intiepidita d’amor, di primavera. 

La mia carne è una costa e l’anima un oceano, 
e son de la molteplice fertilità marina! 

Mar de le primavere, mar delicato e forte! 

Come da Dio iniziato, io partecipo e godo 
de le attenuate e fini facoltà di sentire 
de la pallida e fresca carne de le tue forme, 
e de la flora tua da’l tenue luccicore 
con contatti lunari sì sottili e sì vaghi 
da attrarre il sogno mio verso altri mondi! 

(da « E1 Libro del Mar 


I94 


RACHELE SAENZ 


È di famiglia uruguayana oriunda spagnuola. Dirige la rivista Vida 
Femenma, fondata da sua madre. 

Ha pubblicato un unico libro di versi: La almohada de los sueiios, nel 
1925. L’opera è già alla sua terza edizione, l’ultima delle quali stampata 
in Ispagna, le è stata offerta in dono dallo scrittore Luis Ruiz Contrera. 

Questo volumetto di versi ha avuto un grande successo di critica, spe- 
cialmente in Ispagna. 

Molti versi della Saenz sono sparsi in diverse riviste. 


COLLABORAZIONI : 

Caras y Caretas, Buenos Aires; Plus Ultra, Buenos Aires; L’Amériqne 
Latine, Parigi. 


CRITICA : 

Cansinos Assens, La Libertad, Madrid, 1925; Cristobai De Castro, 
Nuevo Mando, Madrid, 1925* 


I96 


AMAMI COSI’ 


A marni con fervor, misticamente. 

Ponimi col ricordo di tua madre. 

Le tue mani, già dotte nel peccato, 
per adorarmi sappian porsi in croce. 

Fa ch’io sia la purezza del tuo mondo: 
ingenuità nel tuo cuore selvaggio, 
stella che induca il tuo sguardo a levarsi 
e ad affisare il ciel per contemplarmi. 

Amami quale son: luce di spirito! 

Non volermi di carne! 

(da « La Almohada de los suenos ») 


t 9 ? 


CIMA 


TTo scalato la cima e sono sola. 

-*■ Ho scalato la cima e sento freddo. 
Uomo, che da la terra 
m’offerisci il tuo amore, 
ascenda a me la fiamma del tuo rogo! 
La più lieve favilla del tuo rogo 

ascenda... ascenda... ascenda 

e al mio fianco sia stella! 

La più lieve favilla del tuo rogo 
s’appicchi a me, per incendiarmi intera, 
ed arsa nel tuo fuoco 
l’anima mia s’estingua come invoca! 


(ivi) 


198 


IL TUO RISO 


/~\h, il tuo riso di bimbo! 
^ Io bacerei il tuo riso! 
Senza che tu lo chieda, 
senza che te ne avveda, 
con ispontaneo slancio 
io m’avvicinerei.... 
e un bacio ti darei! 

Non uno, mille ed uno, 
sul tuo riso bambino 
deporrei 

bacioni d’ermellino! 

Mille ed un bacio bianchi 
com’è bianco il tuo riso! 

Ciò ch’è spontaneo è sacro, 
è fior di verità. 

10 confesso un desìo 
che il pudor tacerebbe. 

11 tuo riso è sì ingenuo 
che lo si bacerebbe 

con tutta ingenuità! 


199 


QUANDO SARÒ’ MORTA 


Q uando sarò morta, 
prendi fra le mani 
il mio capo inerte; 
pronuncia il mio nome: 
la tua voce amata, 
nuovo « abracadabra », 
vincerà la Morte. 

Singhiozza al mio orecchio, 
e, se non mi desto, 
baciami la bocca! 
baciami su gli occhi! 

La mia spoglia inerte 
dovrà pur sentire 
quel calor di vita. 

Senza tema, baciami, 
non pensar che quella 
donna che adoravi 
non esiste più. 

Baciami la bocca! 

Baciami su gli occhi! 

Sarà proprio il bacio 

200 


che mai mi donasti. 
Pensa: proprio il bacio 
che su la tua bocca 
cercavo... cercavo.... 
invano! E per questo 
non ero mai sazia 
d’essere baciata. 

Baciami ornai morta 
col bacio invocato 
che mai mi donasti. 

E, se col tuo bacio 
non compi il miracolo 
di far ch’io mi desti, 
pensa pur che nulla 
c’è dopo la Morte: 
nè Cielo, nè inferno, 
nè Dio, nè altra vita! 



FERNANDO SILVA VALDÉS 


Ha quarantatre anni, (15 Ottobre 1887) ed e di Montevideo. 1 ^ due co- 
gnomi che porta ne accusano l’ origine spagnuola. Questa origine è tuttavia 
lontana, molto lontana, chè la sua famiglia partecipo a tutte le lotte ed a 
tutte le rivoluzioni dalle quali l’Uruguay sorse qual e, e per effetto delle 
stesse s’impoverì. Trascorse l’infanzia a Sarandi del Yi, villaggio del 
centro della Repubblica, e ritorno nella capitale adolescente. Non segui 
studi regolari e i più giovani anni passo libero come un uccello chumbeando 
pdjaros y despojando frutales , com’egli afferma. A quindici anni, ottenne 
e conservò lungo tempo il primo impiego nella pubblica amministrazione, 
della quale fa parte ancora. 

Afferma con certo orgoglio di conoscer poco la letteratura e d essersi 
temprato, piuttosto, al fuoco della vita. 

Amò ed ama la campagna ed ha per i gauchos, dei quali ammira la fie- 
rezza, la generosità, lo spirito d’indipendenza, affetto profondo; ed è nel 
loro contatto che apprese a suonar la chitarra, a improvvisar rispetti, ad 
andare a cavallo. Egli afferma che a vent’anni non indietreggiava di fronte 
a niente. Scrisse i suoi primi versi a sedici anni, e sino ai venti continuò 
a scriverne alla gaucha. « Sapevo chi era Hernandez — egli scrive — ed 
ignoravo chi era Omero ». I suoi primi contatti con la letteratura mon- 
diale si stabilirono per mezzo di una storia della letteratura — cui ricorse 
per vergogna della sua ignoranza — - di Ruben Dario e di Herrera y 
Reissig. Fu in quel tempo che, sacrificando il sacrificabile, si pago la prima 
edizione del suo Anforas de barro. 

Dopo di ciò, si tuffò in piena vita cittadina, ricercando, piuttosto che 
fuggendo, i bassifondi. Frutto di questa intensa parentesi cittadina è Humo 
de Incienso, il suo secondo libro, risalente al 1917. 

Un nuovo contatto con i campi, cui tornò per ragioni di salute a trenta 
anni, lo spinse un’altra volta verso il folclore e la natura. 

Da quel momento, tutta la sua opera s’ispirerà a motivi campestri, a 
leggende, alla storia, del suo paese, ai coloni che questo spingono verso la 
prosperità ed il progresso. Poemas nativos, premiato nel 1925 dal Mini- 
stero della Pubblica Istruzione, darà nome al genere letterario da lui 
seguito, il « nativismo », anche se con ciò egli non faccia scuola, giacché 
poesia « nativista » esisteva anche prima di lui. 

OPERE PUBBLICATE: 

Anforas de barro (1) - versi - 1913. 

Humo de incienso (2) - versi - 1917. 

Agua del tiempo - versi - 1921. 

Poemas nativos - versi - 1925. 

(1-2) Questi due libri sono stati rinnegati dall’Autore. 


204 


OPERE IN ISTAMPA : 


Intemperie . 

Poesias y leyendas para los ninos. 

CRITICA: 

Jorge Luis Borge, ìnquisiciones ; El tamano de mi esperanza ; Luisa 
Luisi, A través de libros y autores; Marcelle Auclaire, La Revue\ 
Europi enne ; J. M. Filartigas: La Cruz del Sur N. 7, Los nuevos 
N. 6; Norberto Frontini, Inicial; Ildefonso Pereda Valdés, Teseo N. 5. 


2°5 



AI COLONI ITALIANI 


T argo a questi che vengono rimpiangendo la Patria, 
che a la nostra si sommano, e ci traggono braccia! 
Largo a questi che vengono a parlarne la lingua, 
a fecondarne i campi! 

Queste immense pianure 
che reclaman fatica, 

questi campi ricchissimi che abitatori invocano! 

Essi vengon per questo: per fabbricare un « rancho », 

per elevar covoni 

e per piantare un albero, 

per lasciare oltre l’opra feconda 

un argine di figli americani. 


I POLLEDRI 


Q uattrocento poliedri 

trottando, trottando, trottando, 
van come un uragano 
fatto d’un lungo tuono 
e d’una nube nera; 

quattrocento poliedri - quasi tutti d oscuro pelame 

van come un uragano 

con baleni di bianco e di grigio. 

Montati su cavalli già convertiti in rozze, 
agitando i mantelli da gli ardenti colori 
ripiegati a la meglio e pendenti dal braccio, 
con sibili e con grida 
li perseguono i butteri aizzandoli. 

Così vanno i poliedri 

trottando, trottando, trottando. 
Quando incontrano un rio 
lo traversano a nuoto, 
e per alcuni istanti solamente si vedono 
le lunghe teste ansiose a fior d acqua flottare. 
Giunti al fine a la riva, 


208 


ansimanti e inzuppati, 

abbassano le orecchie, scuoton l’acqua dai crini, 
talun d’essi nitrisce, 
e sono come prima 

quattrocento poliedri trottando, trottando, trottando. 

Scesa al fine la notte, a giornata compiuta, 

— temendo una possibile sbandata di poliedri — 
accenderanno i butteri quattro fuochi ben grandi 
che arderan tutti insieme a gli estremi del campo; 
quindi, sotto la vigile protezion de la ronda, 
uomini ed animali cercheranno riposo; 
e i poliedri selvaggi dormiranno ignorando 
ch’è morto il loro arbitrio, e che lo stan vegliando! 


(da « Poemas nativos ») 


15. - Poeti della Terra Orientale. 


209 


NUVOLA 


I n campagna, lontano, lungo 1 ampio cammino, 
strasciconi sul ventre, va una nube di polvere 
incendiata dal sole 
e pregna di poliedri. 

A gruppi, essi s’alternano 
tratto tratto a la testa, 

disposti in fila, al trotto, rapidi e prepotenti; 
paion, dentro la nube, 
un fregio ornamentale 
barbaro e consumato. 

E la nube di polvere 
così accesa dal sole 
e pregna di poliedri 
corona la collina. 

Quindi... 

nulla... 

nulla più che la nube solinga, 
leggera, leggera, 

che sen va con le nubi là in alto, 
quasi l’attenda un amante 
ne le contrade del cielo. 


210 


(da « Poemas nativos ») 


IL « PONCHO » 


Troverò « poncho » vecchio, io lo stavo obliando! 

Perchè si rinfrescasse, lo lasciai 
disteso su la siepe; 
così, dopo una notte a l’aria aperta, 
si ridestò coperto di rugiada, 
tutto madido d’alba, 
umido e ben stirato 
come se il vento lo avesse indossato. 

Povero «poncho» vecchio, vai perdendo il colore! 
E invero n’hai ben donde 
con le pioggie e con le bufere 
che ti han lavato, 
con i soli e con le estati 
che ti han seccato; 

e ancor ti restan triboli, qui tra le frange, 

gialli triboli sferici 

che direbbonsi semi di ricordo. 

Nel baule, mi davi 
impression d’abbandono, però adesso 
che t’ho dato la notte, il cielo e il sole, 
sei quasi quel di prima e ancora, come prima, 
di crin sai di puledro, di campo, di falò. 


2TI 


1 


Sol che, allora, tu avevi un che d’eroico; 
l’inverno e il vento ti rendean romantico; 
con le strisce marrone e con le strisce chiare 
garrivi sul mio corpo come una bandiera 
de la quale ero l’asta. 

Un vessillo tu eri, ed eri un batter d’ala. 


Ancor saturo sei di un’altra età, 
del tempo in cui i miei giorni s’agitavano 
al coperto del tuo grande rettangolo, 
e le punte del mio collare 
s’aprivano ne l’aria, allacciandomi il collo 
quasi che fosser due braccine bianche. 

« Poncho », quando ti stendo, tu non stai ne la stanza 
t’avvien quello stesso che a me un dì avveniva: 
quando venni dai campi mera angusto il villaggio. 

« Poncho » 

che, passata una notte a l’aria aperta 

ti ridesti coperto di rugiada, 

tutto madido d’alba, 

umido e ben stirato 

come se il vento ti avesse indossato. 


I 


212 


ALVARO ARMANDO VASSEUR 


È di Montevideo, ove nacque il 3 maggio del 1878. Giovanissimo, si sta- 
bilì in Argentina, dove collaborò a varie riviste. Il pseudonimo di Americo 
Llanos, da lui adottato, è conosciuto in tutta l’America del Sud ed in Ispa- 
gna. Rientrato in patria verso il 1903, vi fondò una rivista ch’ebbe vita 
effimera. Nel 1904 pubblicò il suo primo volume di versi, Cantos Augu- 
rala. A questo primo, seguirono Cantos del Nuevo Mundo, nel 1905 Cantos 
de Otro Yo, ed infine El libro de las Horas e Nuestra Senora de la Tenta- 
ción. Nominato console nel 1907, pare abbia abbandonato completamente 
l'attività letteraria. 


214 




UNA VISIONE 


S ovra il lontano sfondo notturno, illuminato 
da grandi fari bianchi, la visione avanzava : 
quella luce lontana il suo capo aureolava; 
veniva misteriosa, come un amor sognato. 

Quando s’approssimava, fuggii; quando tornai 
passo passo, il fantasma già s’era allontanato. 

Così, per non attenderla, privo di lei restai; 
la vidi allontanarsi come un amor sognato. 

Soave ed interrotto, l’arpeggiar delicato 
d’un piano, nella notte, languido si librava; 
come un automa, attonito, io andava e ritornava... 

Essa se n’era andata come un amor sognato. 

Come avea dunque gli occhi ? come il profil vietato ? 
Rassomigliava a quelle visioni di chimera 
in cui talvolta imbattesi la nostra primavera. 

Si perde misteriosa come un amor sognato. 

(da <( Hacia el gran silencio ») 


2x5 



MARIA EUGENIA VAZ FERREIRA 


Dotata di grande intelligenza, coltissima, morì molto giovane ancora — 
forse quarantenne — nel 1924. La sua produzione poetica fu abbondantis- 
sima, ma, consigliata da scrupoli certamente eccessivi, distrusse essa stessa 
una gran parte, forse il meglio, della sua produzione. Dopo la sua morte, 
l’illustre suo fratello — Carlo Vaz Ferreira — curò la pubblicazione di una 
piccolissima raccolta dei versi trovati fra le carte della scomparsa poetessa, 
procurando anch’egli, ad ogni modo, di rispettar gli scrupoli che avevano 
indotto la sorella a non dar mai in pasto al pubblico la propria opera. La 
Isla de los Cinticos è per conseguenza l’unico libro di poesia di Maria 
Eugenia Vaz Ferreira, che il Monterò Bustamante qualifica « la prima 
poetessa d’America ». 

Oltre che di versi, essa fu autrice di due commedie, La Pietra Filosofale 
c Los Peregrinos. In vita, la Vaz Ferreira fu per parecchi anni segretaria e 
professoressa di Letteratura nella « Universidad de Mujeres » (Liceo Fem- 
minile). 


2l8 


BARCAROLA DI UNO SCETTICO 


A nima mia 

che ritorni al focolar 
con la rete secca e vuota 
da la pesca in riva al mar, 
con la rete secca e vuota 
che, arrivato a mezzo il giorno, 
non osasti più gettar. 

Io li ho visti i pescatori 
che pescavan glorie e amori 
dissipatisi più in là. 

Gli uni recan cose morte, 
gli altri recanle deserte: 

Che mai fa!... 

Anima mia 

che la rete secca e vuota 
non osasti di gettar. 

Tra l’arena e l’acqua salsa 
solo esistono due cose: 
morire e ammazzar. 

Anima mia 
che ritorni a reti vuote 
de la pesca in riva al mar... 

(da « La Isla de los Canticos ») 


219 


ODE A LA BELLEZZA 


bellezza, sii benedetta, 
poiché sei assolutamente pura, 
poiché inviolata sei, 
limpida, ferma, sana e immacolata. 
Fonte de la divina compiacenza, 
oasi infinita 

che prodighi le estasi beate 
e le romantiche contemplazioni... 

Ovunque sia che il sogno tuo riluca, 
ed ovunque l’essenza tua s’incarni, 
da la tua gaia fantasia si spande 
una gloria serena e luminosa, 
una gioia profonda ed ineffabile... 

Sei l’alveo fondo e prodigo 
donde armonia zampilla, 
crogiol di mistiche depurazioni, 
e vena che colora e che sublima 
l’immortale miraggio. 

La gemma augusta, sei, 
splendente sovra l’arca 
fertil de l’universo. 


220 


Pur se il cieco t’ignora 
e il profano ti nega 
e l’infedel ti fugge, 
sovra l’indifferenza de gli stolti 
e la congiura abietta de gli spostati 
t’ergi trionfatrice eternamente. 

Pure se il peccatore 
t’addossa il suo peccato, 
e il reprobo t’accusa 
di virtù maledette, 
monda di colpe e immacolata sei; 
te non corrompe fiele di rancore 
nè bevanda mortai d’amor sacrilego. 

Inaccessibil, sei, 
passiva e sola, sei, 
semplice e sovrumana; 
non ispiri, non soffri 
il dominio imperiai de la materia, 
nè l’emozion che l’anima conturba... 

Su’l turbine che porta avvenimenti, 
evoluzioni, miti e teorie, 
sovra la sufficenza che t’esalta, 


sovra l’incomprensione che t’interroga, 
alta ti libri, religiosamente, 
entro la duttil urna di tua forma 
come l’immunità de l’ostia sacra 
ne l’alata preghiera del turribolo. 

O bellezza, sii benedetta, 
con la saggia legione de’ tuoi apostoli, 
co’l ventre che ti crea, 
co’l sole che t’illumina, 
co’l prisma che t’accresce, 
co’l segno che ti copia, 
con l’aureo piedestallo che t’esalta, 
e co’l giglio regai che t’incorona. 

Per questo, sovra il plinto che ti regge, 
sovra la maestà de le tue forme, 
sovra il gemmeo fulgor de gli occhi tuoi, 
e sovra l’armonia de le tue curve, 
arresa ornai, depongo il canto mio 
lode feconda a la tua grazia eterna. 


222 


IMPROVVISO SENTIMENTALE 


T asciami che t’accarezzi 

1 4 pur se domani t’oblìo; 
la pecchia sugge la rosa 
e tende al vento le aiucce... 

L’onde azzurrine de’l mare 
baciano il lido una volta, 
e zeffiro sussurrante 
dice il suo segreto e passa... 

Lasciami che t’accarezzi 
pur se domani m’oblii; 

« sic transit » gloria del mondo, 
« sic transit » co’ suoi fantasmi. 

Vieni, il futuro momento 
ci dice dolci parole, 
ciò che si serba il domani 
chi sa mai come si chiama. 


SOLO TU 


Q uesto mio cuore ha rimato 
co’l cuore stesso del giorno 
in un palpitar di fiamma 
che s’è convertito in cenere... 

Questo mio cuore ha rimato 
con le rose porporine, 
si staccarono i petali 
da le corolle appassite... 

L’andi rivieni de’ mari 
con il mio cuor fece rima, 
ma si disfecero Tonde 
in ispume cristalline. 

Solo tu, notte profonda, 
mi fosti sempre propizia: 
notte misteriosa e lieve, 
notte muta e senza sguardo, 
che ne la pace de l’ombra 
celi l’immortal carezza. 


224 


GIOVANNI CARLO WELKER 


16 . - Poeti della Terra Orientale. 


Data di nascita: 16 Novembre del 1901. È di Montevideo. 

Il suo bisnonno era tedesco, il nonno alsaziano, il padre uruguayano e 
volontario nella grande guerra fra i soldati di Francia. Spagnuole sono la 
nonna materna e la madre. 

E’ giornalista. Attualmente è redattore del giornale Impaniai. 

Nel 1928, in collaborazione con Juvenal Ortiz Saralegui, tentò la pub- 
blicazione della rivista letteraria Vanguardia, che attrasse immediatamente 
tutti i giovani scrittori dell’Uruguay, ma della quale non uscirono che 
tre numeri. 

OPERE PUBBLICATE: 

Chilcas... - poemetti in prosa di soggetto campestre - 1926. 

Esquinita de mi barrio - poemetti in prosa (riassunti delle impres- 
sioni del Poeta durante il suo vagabondare per i bassifondi di Mon- 
tevideo e di Buenos Aires) - 1928. 

Muchacha del alma verde - versi - (son canti di purezza dedicati alla 
fanciulla divenuta più tardi sposa dell’autore) - 1929. 

In preparazione : 

Fabrica - romanzo - A quanto l’autore annuncia esso tratterà il 
problema operaio, prescindendo dalle dottrine socialiste che in altri 
tempi lo allettarono. 

COLLABORAZIONI: 

Alfar, La Cruz del Sur, Cartel, Amauta, 1930, Teseo, Nosotros, La 
Novela Semanai, ed altre riviste nazionali ed estere. In Italia colla- 
boro a Et Carrousel di Milano. 

CRITICA: 

Fra gli spagnuoli: Benjamin James, Cansinos Assens, Francisco Vil- 
laespesa; a Montevideo: Giulio Supervielle, Pietro Figari, Alberto 
Zum Felde ( Processo ìntelectual . . .), Pietro Leandro Ipuche, Luigi 
Giordano (Conferenze), Fernàn Silva Valdés, Gervasio ed Alvaro 
Guillot Munoz; in Argentina: Giorgio Luigi Borges, Nicola Olivari, 
Raul Gonzales Tunon (La Prensa e La Nación), José Carlos Maria- 
tegui (Amauta); nel Perù: José Varallanos. 


226 


IL MATE (i) 


Tl « mate » è il cigno de la Pampa. Come lui, canta 
-*■ sol quando muore; come lui offre al nostr 'occhio l’or- 
namento d’un merletto bianco attorno al becco. 

Compagno del coltellaccio, ne la vita del « gaucho », 
è il preferito. Se il filo del coltello accarezza l’altrui 
carne, la punta del « mate » bacia la bocca rude de 
l’uomo. 

Quando si sente donnaiolo, ei si dà dolce; quando 
guerriero, come le pene s’amareggia e, quando s’an- 
noia, vengono alla sua bocca festuche di tedio, così come 
gli uomini stanchi mostrano i denti a chi li fa sorri- 
dere... 

La gente di città oggimai lo respinge... Però nei luo- 
ghi dove lo si venera ancora, ei regna più superbo che 
mai. Ricorda a ogni sorsata ch’esso fu il calamaio che 
con l’asta de la « bombilla » (2) servì a vergar le pagine 
de la nostra storia. 

(da « Chilcas... ») 


(1) Piccola zucca vuota entro la quale si prepara un infuso di « yerba » 
(specie di té sud-americano). 

(2) Bombilla: cannuccia di metallo, terminante in una specie di spatola 
curva e bucherellata, che serve a sorbire l’infuso del « mate ». 


227 


LA CARRETTA 


A l passo de’ buoi, va la carretta tracciando solchi 
di lentezza. 

Essa è il vincolo fra due villaggi. (I villaggi son due 
amici che si dàn la mano con il lungo braccio de la 
rotaia impressa da la carretta sulla strada "^estra). 

Ad ogni giro de le ruote, essa geme così come sentisse 
nella sua carne viva il pungolo che s inchioda nell anca 
del bue. 

Quand’essa supera una collina, i buoi, sul culmine, 
s’arrestano ruminando erba di serenità; e la carretta, 
guardandosi attorno con tristezza, cigola piu forte e 
riprende l’andare. 

E arriva la grande stanchezza de la notte. Il carret- 
tiere scioglie i buoi e lascia la carretta sola... 

Ed essa china la testa come vinta, mentre nella O 
delle sue ruote vede danzar vertiginoso il Progresso, 
che la apparta dal cammino come cosa ormai inutile... 

Purtuttavia, carretta, noi non t’obliamo. Compren- 
diamo che tu fosti la culla che ninno i nostri nonni, 
quando il popolo fuggiva innanzi all oppressore... 


228 


FESTA 


\Te la festa de la vita 
’ siamo una sola bocca ; 
e con il fior de’ tuoi baci 
adorniamo il nostro desco. 

Lungo il cammin de’ tuoi labbri 
iva soltanto 

— collegiale in vacanze — - 
la mia gioia di bimbo vivace. 

Su la tovaglia di pace 
con che emozion le tue mani 
posero per la mia festa 
pan d’amore e miei di sogni ! 

(da « Muchacha del alma verde ») 


229 



UMBERTO ZARRILLI 


È di Montevideo, ove nacque il 12 Dicembre del 1899, ed appartiene a 
famiglia italiana. 

È professore di Letteratura nella Scuola Normale di Montevidco ed ha 
scritto, in collaborazione con Roberto Abadie Soriano, vari libri di testo 
adottati nell’insegnamento locale. Nel 1927, inviato in missione dal Con- 
siglio dell’Insegnamento Elementare e Normale, visitò a scopo di studio 
l’Italia, la Francia e l’Inghilterra. 

Nel 1928, fondò le riviste Orai e Murai, creando attorno ad esse un mo- 
vimento letterario d’avanguardia. Nello stesso anno, pubblio - il suo primo 
libro di versi: Libro de Imàgenes. Ha scritto anche un libretto d’opera: 
Paranà Guazu, musicato dal maestro Vincenzo Ascone. Quest’opera verrà 
data in breve a Montevideo sotto gli auspici del Governo. 

In preparazione: 

Uruguay - libretto d’opera per il Maestro Ascone. 

lntimidad - versi. 

COLLABORAZIONI : 

La Piuma, Teseo, La Cruz del Sur, Alfar, Amauta, 1928, etc. 


CRITICA: 

Alberto Zum Felde, Proceso intelectual.... Ili volume; Edurdo Die- 
ste, Teseo; Mario Varangot, El Pais; Valéry Larbaud, Nosotros, 
Amauta; Julio J. Casal, Alfar. 


232 


NE LA TUA VOCE VIDI 


N e la tua voce, cose seriche, profumate 
vidi, silenzi chini adoranti il tuo ritmo. 

Un augel che, al mirarti, cadde morto d’amore, 
un fiore che, sbocciando, la Primavera apriva. 

I piè d’un santo triste, ch’unge qualcun di nardo, 
le ninne-nanne tutte de le madri del mondo; 
dieci bianchi fanciulli 
giocando a giro tondo. 

Guardai le tue parole come frammenti di viaggio. 

Ondeggiar di gabbiani su la spuma ondulata, 
flauti tristi del vento sul dormiente pineta, 
il mar che sempre dice quel che giammai intendiamo. 

Sagome di cipressi sovra fiumi incantati. 

La lampada d’un fiore, che s’accende in un cardo. 

Greggi di bianchi agnelli da le leggende candide. 
Primitiva dolcezza di fanciulle 


233 


lungo sentieri, al vespero, 
recantisi a la fonte come in vecchie 
incisioni scordate. 

Ma a un tratto tu tacesti, e terminò il mio viaggio. 
Da lunge, una campana commentò il tuo silenzio. 

(da « Chilcas ») 


2 34 


JUAN ZORILLA DE S. MARTIN 


Nato a Montevideo nel 1855. 

A diciotto anni, suo padre lo inviò nel Cile, affinchè non subisse l’in- 
fluenza della propaganda liberale svolgentesi a quei tempi nell’Uruguay. 

Smo a quel giorno, aveva studiato a Montevideo, presso i PP. Bayonnesi 
ed a Santa Fé, presso i Gesuiti. 

Sul modello di Becquer, allora in auge, il giovane Zorrilla scrisse tra 
il 1874 e 11 1877 la sua prima opera, che vide la luce nel 187, nto il ti- 
tolo di Note di un inno. 

Ritornato nell’Uruguay dopo aver compiuto gli studi di avvocato, vi fu 
nominato subito giudice (1878); ma non abbandonò per questo le attività 
d’ordine artistico e politico. 

Risalgono a quell’epoca la fondazione di El Bien Publico, quotidiano tut- 
tora esistente, da lui creato in difesa della causa cattolica, e la Leyenda 
Patria, scritta per poter partecipare ad un concorso di poesia indetto in oc- 
casione dello scoprimento del monumento dell’Indipendenza in Florida 
(Maggio 1879). 

Inr '«raggiato dal successo che arrise alla Leyenda Patria, lavorò per 7 anni 
attorno .il suo massimo poema, Tabaré, di cui gli fornì lo spunto una leg- 
genda udita nel Cile. 6 

Dal 1880 al 1885, il poeta insegnò Letteratura nelle scuole medie di Mon- 
tevideo; ma, perseguitato dal dittatore, generale Santos, dovette rifugiarsi 
nella Legazione del Brasile e di lì a Buenos Aires, dove partecipò attiva- 
mente al movimento contro Santos, in qualità di segretario del Consiglio 
Rivoluzionario. ° 

Rientrato in patria, fu eletto deputato (1887-1890) e quindi nominato mi- 
nistro plenipotenziario in Ispagna prima, in Portogallo più tardi, poscia in 
Francia ed infine presso la Santa Sede (1891-1898). 

Ministro in Ispagna, partecipò brillantemente, pronunciando vari discorsi, 
alle feste con le quali quel paese celebrò il quarto centenario della scoperta 
dell’America (1892). r 

Le impressioni raccolte durante la permanenza in Europa, lo Zorrilla 
raccolse in un volume: Risonanze del Cammino (1896). 

Asceso al potere Lindolfo Cuestas, il Zorrilla fu richiamato telegrafica- 
mente dalla sua missione ed allontanato dal servizio. 

Rientrato in patria, occupò interinalmente la cattedra di Diritto Interna- 
zionale della Facoltà di Diritto di Montevideo, indi quella di Teoria del 
l’arte nella Facoltà di Matematiche (attuale Facoltà di Architettura). Du- 


236 


rante quegli anni diresse El Bien Publico e pubblicò Huerto Cerrado, versi 
(1900), ed un volume: Conferencias y Discursos (1905), nel quale raccolse 
i migliori discorsi e le migliori conferenze pronunciati sin lì. Dal 1903, 
è delegato del Governo presso la Banca della Repubblica. 

Incaricato di scrivere una memoria su Artigas, che servisse di guida agli 
artisti chiamati a concorrere alla erezione del monumento all’Eroe nazio- 
nale, compose la Epopeya de Artigas (1910), che poi corresse e sviluppò 
maggiormente nella seconda edizione (1917). 

Nel 1924, pubblicò El Sermón de la Paz. Il 25 Agosto del 1925, Cente- 
nario della dichiarazione della Florida (Centenario dell’Indipendenza), l’au- 
tore della Leyenda Patria fu oggetto di un omaggio nazionale, la cui ceri- 
monia principale si svolse nella piazza Indipendenza, all’ombra del monu- 
mento ad Artigas, opera superba ed onestissima del nostro Zanelli. 


2 37 







(dal poema « Tabaré ») 


L’INCARNAZIONE DEL SOGNO 
(Introduzione - Canto UT) 


Qorse la spettro de la razza morta : 

^ di quella razza che, vagante e nuda, 
passò per la mia terra 
com’eco di preghiera inascoltata 
che, sull’ali del vento al del s’avvia. 

Tipo sognato, sorto dall’ammasso 
delle nebbie infinite, 
qual sogno di una notte senza aurora, 
qual fiore alimentato da una tomba. 

Quando l’imagin tua vedo, impalpabile, 

incarnare l’America, 

fondersi ne la strofe trasparente 

e darle vita e palpitare in essa; 

quando credo annodar, quasi in connubio, 

la tua ignorata essenza 

con quella forma vergine che il genio 

per l’amor suo, pel suo dolor rintraccia; 


239 


1 


quando infonderti credo, col mio spirito, 
essenza d’epopea, 

e alla patria legarti e alla mia gloria 

pari al mio amore ed alla mia impotenza, 

il più debil contatto con le forme 

dissipa le tue tracce, 

così come svanisce al primo sole 

la luce senza ardore de le lucciole. 

Pur ti vidi. Fluttuavi nelle tenebre 
come un lembo di nebbia; 
e venivano a te, chiedendo vita, 
come accorrono al nucleo le molecole, 
linee, colori, note di un accordo 
disperso, che frenetiche 
si cercavano in te; palpiti spersi 
che cercavano in te cuore ed arterie; 
occhiate che ne l’occhio tuo lottavano 
per lasciarvi un’impronta, 
e lacrime e speranze e aspirazioni 
ch’esigevano vita nel tuo spirito. 
L’essenza de la razza: l’inaudito, 
ciò che il tempo disperde 
e i limiti sorpassa de la forma 
e fa scoppiar la strofe che li serra. 


240 


Impresso nel mio spirito è il tuo spettro 
così come negli occhi 
la luce intensa imprime punti neri 
vaganti dentro margini di fuoco. 

No, tu non passerai come la nube 
che ne Tacque stagnanti si riflette; 
come i sogni notturni che il mattino 
cancella dai domini del ricordo. 

Io t’offro, o sogno, de le mie vigilie 
la vita de’ miei canti. Essi vivranno 
più del poeta...! Palpita, cammina, 
o forma assurda de la stirpe morta! 


{Libro III). 

XV. 

Le rompe un giovane indo, che, saltando, 
sopraggiunge furioso; 
dà un grido clamoroso, e con la lancia 
fora d’un vecchio tronco la corteccia. 

Alto parla, collerico, squassando 
la lunga chioma nera. 


17 . . P'cfeti della T e'r'ra Orientale, 


Le sue parole sembrano ululati 
d’una rude e fantastica eloquenza. 

Salta come la tigre, e con la mazza 
s’insanguina le membra. 

XVI. 

Questi è il cacicco Yamandu. Gli indiani 
si rizzano e l’attorniano. 

Che vuole Yamandu? Chiede il comando 
ostentando la forza e le ferite. 

Nessuno sa alterar così il sembiante 
con spaventoso ghigno, 
nè, combattendo, come lui lanciare 
gli ululati dal cavo de la bocca. 

A nessun come a lui, il rigonfio labbro 
il segnale attraversa 

per cui l’indian de le tribù distinguesi 
che più terrore infondono in battaglia. 

E allor, chi, se non lui, le proprie genti 
condurrà a la vittoria? 

Chi, se non lui, che di nemici spenti 
cento cotenne ne la tenda ostenta? 
che il collo adorna con collari fatti 
coi denti bianchi 


243 


de gli arachanes vinti, le cui pelli 
servon di corda al suo flessibil arco? 

11 daino in fuga per l’aperto piano 
mai sfuggì a la sua freccia, 
nè lo struzzo evitò mai la sua fionda 
sibilante qual vipera assetata. 

« AhuL. » egli grida, ed alto e lungo è il grido 
« qui, nel duro « urunday » 
l’indiano Yamandu piantò la lancia. 

Chi fia che la divelga? 

Con essa mi battei contro le genti 
fra cui si leva il sole; 
non la spezzai giammai sovra il ginocchio 
nè mai tremommi in pugno. 

La confissi nel bosco, dove accendono 
i cacicchi dei chands 
ed i minuani, i tapes e i boanes 
i loro focolari. 

Io strappai la cotenna sanguinante 
del fiero Tubichà, 
la cui piroga aveva traversato 
il fiume che par mare. 

Il mio corpo guardate! Ha più ferite 


che non piume lo struzzo 
e che lune abbian visto i nostri anziani 
spuntar dal guaycuru. 

Dal sangue del mio corpo, prodigato 
sorgono, nel pantano, 
gli yacaré dormienti fra i giuncheti 
che copron l’Uruguay. 

I fulmini de’ bianchi non perforano 
la mia pelle indurita 
più de le piastre de la tartaruga 
e del yaguareté. 

Guardate gli occhi miei : brillan ne l’ombra : 
son di nacurutù... 

Chi, fra gl’indiani, ha pari a me, ne gli occhi, 
così ardente fulgor ? » 


244 


I TRENTATRE 


T?cco : da l’Uruguay, di fra le spume 
J de l’Uruguay amato, 
sprizza un raggio di luce sconosciuto, 
che, lacerando de la bruma il velo, 
attraversa le buie ore d’oblìo. 

Somiglia al raggio ardente che colora 
la dolce, chiara stella vespertina 
illuminante il sogno de la sera. 

È un crepuscolo prima... poi un’aurora, 
indi un nimbo di luce attorno al colle... 
Poi s’avviva... s’eleva... si dilata, 
e, incendiando il segreto de la bruma, 
in magnifico incendio si scatena, 
che, nel bosco vicino, 
al vento dà l’ardente capelliera, 
fa scintillar di luce l’orizzonte 
e nel del de la patria si riflette. 


Il nocchiero ridestasi... è già l’ora: 
e, a lo sciacquio de’ remi sovra i flutti 
accorda la canzone de l’aurora 
audace, maschia ne la sua cadenza, 


1 


l’eterna barcarola redentrice! 

De’ salci cadon le dormenti chiome 
da una diafana mano rovesciate; 
la selva intona de fa patria storia 
i non appresi ed immortali salmi; 
s’alza la guerra al bacio de la luce, 
scaturiscon dal suolo 
torrenti di ricordi palpitanti: 
in un ribollimento luminoso, 
gli atomi alati 

nuotano ne l’alone de l’aurora 
e ridestan i canti già scordati 
che dormìan nel giuncheto, 
e quei che, erranti, s’ascondean nel bosco 
e quei che, muti, il nebbion celava, 
e senz’eco ne andavano per l’aure, 
erranti senza meta, e illanguidìan. 

E fra la luce, i canti e il palpitare 
del guardo intenso, rosso, 
che per le terre de la patria bella 
scorre di libertà, calcan le prime 
umide sabbie Trentatre gagliardi: 
i « Trentatre » che la mia mente adora, 
incarnazion, vivente melodìa, 


246 


diana trionfai, leggenda redentrice 
de l’alma eroica de la patria. 

Eccoli là... 

con gesto furibondo, 

paonazzo il labbro e la pupilla ardente, 
il rutilante scudo di battaglia 
senza tremare imbraccian, su la fronte 
il marzio peso calcan del cimiero, 
e sfida altera lancian 
che il tiranno percuote in pieno volto; 
che le nubi cavalca 
e corre, e si dilata, e straripando, 
quasi di distruzione sitibonda, 
chiusa dentro la sua grigia armatura, 
reca sovra le spalle la tormenta, 
di Dio la voce... Giù, ne la pianura, 
del novissimo Sinai su la groppa, 
come leon che squassa la criniera, 
percuote l’aria e fa vibrare l’asta 
la bandiera di « Libertate o Morte » 
ch’agita l’aura di presagi greve. 

Già vibra su le labbra de gli eroi 
il santo giuramento 

di « Morte o libertà », fermo, grandioso, 




che dà agli uomini esempio di virtù, 
che solenne e possente alto s’eleva 
qual si propaga salmo religioso 
del tempio sotto le silenti volte. 


Essi son, essi sono! Patria cara. 

No, tu non eri, che in servii letargo 
ieri t’addormentasti; l’alma tua 
a l’ostracismo amaro 
fuggì vinta, però non umiliata, 
a salvare la pura idea di patria, 
e oggi torna incarnata 
ne l’insegna divina che fiammeggia 
su la cervice a l’oppressor piantata. 

No, nutrimento infermo tu non davi 
a’ gigli che fioriscon su le tombe 
sotto il gelido bacio de la morte; 
io ti discopro, Patria, radiosa, 
al rovesciarsi sul notturno velo 
le tinte de’ colori de l’aurora, 

e nel fuoco febbril del guardo tuo, « 

renderci, con il sol di nostra storia, 
quel calor di impagabil libertà 


248 


che l’involucro rompe al sacro fiore 
e fa fecondi i germi de la gloria. 

Io là ti scopro; l’anima tua solo 
dà movimento a quei trentatre cuori: 
quei che l’essenza tua riportan, quei 
cui tua luce risplende da le fronti; 
quei che dal seno de la notte amara 
strappan l’aurora de l’eterno giorno; 
quelli son figli tuoi, di noi son padri, 
patria de’ miei fratelli, patria mia. 


(da la « Leyenda Patria ») 



NOTA. - Parecchi dei dati bibliografici e bio- 
grafici contenuti in questa Antologia son 
tratti dalla « Antologia de la Moderna 
Poesia Uruguaya » del Pereda Valdés e 
da « Uruguay os Contemporàneos », dello 
Scarone, con il permesso degli autori. 



INDICE 


Pag. 

Prefazione di Arturo Farinelli IX 

Ai lettori XIII 

DELMIRA AGUSTINI 1 

VINCENZO BASSO MAGLIO 7 

GIULIO GIUSEPPE CASAL RICORDI n 

ENRICO CASARAVILLA LEMOS 19 

CARLO ALBERTO CLULOW 25 

EDUARDO DUALDE 29 

ALFREDO MARIO FERREIRO 33 

EMILIO FRUGONI 37 

NICOLA FUSCO SANSONE 45 

EDGARDO UBALDO GENTA 53 

LUIGI GIORDANO 61 

ALVARO GUILLOT MUNOZ 65 

GERVASIO GUILLOT MUNOZ 7 1 

GIULIO HERRERA Y REISSIG 77 

JUANA DE IBARBOUROU (Juana de America) 81 

PIETRO LEANDRO IPUCHE 93 

LUISA LUISI 101 

GIULIO RAUL MENDILAHARZU 113 

ADOLFO MONTIEL BALLESTEROS H7 

MARIA ELENA MUNOZ 121 

FERNANDO NEBEL 127 


253 


EMILIO ORIBE 

ILDEFONSO PEREDA VALDÉS . 
ALICIA PORRO FREIRE .... 
ELBIO PRUNEL ALZAIBAR . . . 

CARLO REYLES 

GIUSEPPE ENRICO RODÒ . . . 

CARLO ROXLO 

CARLO SABAT ERCASTY . . . 

RACHELE SAENZ 

FERNANDO SILVA VALDES . . 
ALVARO ARMANDO VASSEUR . 
MARIA EUGENIA VAZ FERREIRA . 
GIOVANNI CARLO WELKER . . 

UMBERTO ZARILLI 

JUAN ZORRILLA DE S. MARTIN 


135 

143 

151 

157 

161 

167 

173 

179 

195 

2°3 

213 

217 

225 

23" 

235 




Edita a cura della Associazione Democratica 
Italiana, di Montevideo, in omaggio alla Re- 
pubblica Orientale dell’Uruguay nel primo 
Centenario della sua Costituzione (1830-1930)